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Le banche: intervista integrale al Prof. Francesco Petrino

DSC 3015CCon la rubrica “La voce di chi non ha voce”, vorrei iniziare la mia collaborazione come Direttore di questa testata, con un’intervista che tratta un argomento che, in questo preciso momento storico, è diventato oggetto di preoccupazione per i cittadini: le banche. Credo che pochi di noi abbia un buon rapporto con le banche, lo ammettono gli stessi banchieri, anche Mario Monti ha posto l’accento su quest’aspetto fortemente negativo per la crescita economica di un paese.

Peccato, perché a loro affidiamo i nostri soldi, a cui sono legate le pianificazioni economiche di intere famiglie che chiedono in cambio chiarezza, e investimenti più vicini alla realtà territoriale. “La voce di chi non ha voce” diventa una rubrica e in questo suo primo appuntamento ha voluto chiedere lumi  a un esperto della materia, e ha trovato la cortese disponibilità del prof. Francesco Petrino*, che con parole chiare, ha risposto a delle domande, quelle semplici, delle persone comuni, che vivono un rapporto con la banca costruito solo di versamenti e prelievi, di bancomat e di incomprensibili estratti conto con commissioni a volte indecifrabili, che sconvolgono molti progetti futuri.

Video dell'intervista

Prima parte - Seconda parte

*Prof. Francesco Petrino (Presidente Centro Studi Giuridici SNARP – Docente di Diritto Bancario – Direttore Dipartimento Sovranità Monetaria – Università UNIGLOBUS di Assisi)

D - Professore, nel 1406 nasce il Banco di San Giorgio, la prima banca che Macchiavelli definì “uno Stato nello Stato”, oggi lei come la descriverebbe?

F.P. - Le Banche, oggi, potrebbero essere definite “Stato dello Stato”, non nello Stato, per la semplice ragione che il sistema finanziario ha preso il sopravvento sulla gestione della politica e delle multinazionali che determinano gli orientamenti di tutti i Paesi. In pratica si è creata una vera e propria dipendenza del cittadino dal sistema bancario, ed è addirittura estesa agli organi dello Stato. Tant’è che lo Stato di ogni paese, che è proprietario in assoluto delle proprie risorse e conseguentemente deve avere per questo la sovranità sull’emissione monetaria, oggi viene escluso e per accedere al danaro dei banchieri, è costretto a prenderlo in prestito. Perché quel danaro che era dello Stato è diventato di banche private che nulla hanno a che vedere con lo Stato stesso.

D – Abbiamo aderito all’euro, quindi non emettiamo più moneta, com’é cambiato il potere economico dell’Italia sia internamente, sia nei rapporti con i mercati esteri?

F.P. - Un tempo le nazioni investivano, perché emettendo moneta potevano spenderla senza comprarla, oggi gli Stati in generale, sono costretti a spendere per fare degli investimenti, che equivale a indebitamento puro. Il debito pubblico deriva da queste spese che lo Stato ha il dovere di fare per mantenere la propria vitalità dinamica, per dare i servizi, per dare le infrastrutture, per provvedere ai fabbisogni ambientali del Paese, per provvedere alla sanità e tutto il resto. Mentre ieri, per tutte queste esigenze aveva la sovranità nell’emissione della moneta, oggi questa moneta è costretto ad andarla a comprare e pagarla con interessi usurari, perché il primo a subire l’usura delle banche è lo Stato.  Mentre il tasso ufficiale di sconto fissato dalla Comunità Economica Europea, ovvero il tasso di riferimento ufficiale, è dell’uno per cento, le banche prestano il danaro agli Stati, facendo emettere titoli che danno redditività del quattro, del cinque, del sei per cento, che si traduce in usura nei confronti dello Stato e dei cittadini i quali poi devono pagare le tasse per alimentare questa continuità liquida, così che lo Stato possa pagare a sua volta i titoli ottenuti o emessi per le esigenze di volta in volta opportune. Per fare un ospedale, emette una serie di titoli, a esempio, per fare il ponte sullo stretto emette titoli al quattro, cinque, sei per cento quinquennali, che significa che nell’arco di cinque anni, un titolo può produrre il trenta per cento di reddito, che è usura pura ai danni dello Stato e dei cittadini.

D –C’è stato un momento storico preciso che ha determinato questa  situazione o è stato un’evoluzione del sistema bancario dovuta a strategie studiate e a lungo termine?

F.P. - Sino al 1992, esistevano le BIN (banche d’interesse nazionale), che erano enti morali o istituti di diritto pubblico il cui azionariato di maggioranza era dello Stato. Nella fatidica notte, del ‘92 sul “Britannia”, trascorsa dal nostro attuale Governatore della BCE, Mario Draghi insieme a Giuliano Amato all’epoca Ministro del Tesoro e poi Presidente del Consiglio, si decise la privatizzazione del sistema bancario. Da quel momento quelle che erano banche di diritto pubblico diventarono Società per azioni con finalità speculative, cambiando fisionomia e finendo nelle mani di organizzazioni private, che a loro volta hanno portato via anche le quote azionarie della Banca d’Italia detenute da ognuna di queste banche. Così non solo si è traslata la proprietà delle banche di diritto pubblico in banche private speculative, ma si è traslata la proprietà della Banca d’Italia dal tesoro del nostro Paese alle banche diventate private. Con il risultato che, queste banche che dovevano essere controllate dalla Banca d’Italia, sono divenute i controllori della Banca stessa, con i risultati che tutti conosciamo, inflazione, aumento di tutti i prodotti, fino all’euro che ha segnato poi la svolta più negativa per quanto concerne il valore del danaro che si è notevolmente sminuito rispetto alla lira che, seppure soggetta a svalutazione, non abbia mai comportato un’inflazione dei prezzi allo stesso modo dell’euro. Oggi invece abbiamo un euro forte nei confronti delle altre monete, ma debole per quanto concerne gli aspetti della capacità di esportazione del nostro Paese perché con l’euro forte i nostri prezzi sono più alti per gli altri Paesi e conseguentemente ci fanno perdere la capacità di esportare. Quindi l’euro non solo ha creato un danno all’interno dell’Italia facendolo equiparare alle mille lire, ma oggi siamo andati molto oltre, ma ha anche determinato l’effetto inflattivo per quanto concerne i prezzi alle esportazioni. Così che seppure sono aumentate le esportazioni, nella realtà, nella proporzione sono notevolmente diminuite. 

D - Nell’immaginario collettivo, si è portati a pensare che il valore della quantità di oro presente nelle casse della Banca d’Italia, determini il potere di emissione della moneta. Questo poteva esser vero fino a che la lira era la divisa nazionale, ora con l’euro il ragionamento è cambiato?  

F.P. – Era un immaginario collettivo semplicemente, per la ragione che fino al 1971 si poteva stampare tanta moneta quanto era il controvalore aureo delle nostre riserve. Era una sanissima politica perché garantiva sia le emissioni nella reale quantità in rapporto alla patrimonialità aurea del Paese che la emetteva, sia perché consentiva, volendo, al cittadino di ricorrere a sostituire il valore cartaceo con il valore aureo. Oggi, invece, le emissioni avvengono secondo lo stato di necessità, ovvero di esigenze della BCE (Banca Centrale Europea) che non tiene alcunché di proprio. Perchè la BCE non ha un patrimonio immobiliare o un patrimonio aureo, ha un capitale sociale di qualche milione di euro che è infinitesimale rispetto alle migliaia di miliardi di euro che la stessa BCE emette, per cui il danaro viene emesso allo scoperto, come dire che vengono emessi degli assegni a vuoto. Il fallimento dell’Europa può avvenire in qualsiasi momento, perché l’Europa stessa, ovvero i Paesi che la compongono, hanno stabilito questo meccanismo di emissione che è incontrollabile, aggravato oggi dal meccanismo di stabilità europea.

D – Questo meccanismo, come viene gestito?

F.P. – Avrete sentito parlare del MES, l’ultima truffa monetaria europea che impone ai Paesi partecipanti di creare un fondo per garantire questa stabilità europea, parliamo di fondo miliardario, e la vera truffa di questo meccanismo consiste nel fatto che gli organismi preposti per la stabilità europea, non sono controllabili da alcuna autorità, per cui tutto quello che combinano, non può essere assolutamente oggetto né di critica, né d’indagine della Magistratura. Fatto ancora più grave, che i singoli componenti di questo meccanismo non sono attaccabili in via giudiziaria, per cui avremo un esercito di privilegiati che potranno fare tutto quello che desiderano per i loro interessi o per favorire un Paese anziché altri, a tutto scapito dei componenti il meccanismo stesso, ovvero dei Paesi che lo compongono.

D – Che esposizione economica è prevista per l’Italia e come può reperire i fondi da destinare al meccanismo della stabilità europea?

F.P. – L’Italia sta partecipando a questo meccanismo con un’immissione di liquidità di 240 miliardi di euro, che non possiede. Di conseguenza per procurare questa liquidità, si dovranno aumentare ulteriormente le tasse per far fronte agli interessi derivanti dall’accumulo di questi 240 miliardi di euro. D’altro canto, non è una novità, che il saldo dell’IMU, la tassa che avrebbe consentito alla Stato un incasso di circa 25 miliardi di euro, non sarà utilizzata dai Comuni, per quella che era la vera finalità, ma serviranno per essere trasferiti all’Europa nell’ambito dei patti del meccanismo di stabilità. Io credo che questa notizia appena accennata, gli italiani che se ne intendono l’abbiano compresa.

 D – Come si rapportano le banche con i cittadini e viceversa? E cosa sono le banche federali?

F.P. – Dobbiamo fare innanzitutto una precisazione sul ruolo delle banche. Le banche sono nate come istituti finalizzati alla raccolta e all’impiego del danaro. Tutte le altre funzioni, che poi si sono date nel tempo con la complicità della Banca d’Italia, sono funzioni usurpate, e questo ha portato alla crisi del sistema bancario per eccessiva volontà di fare. Che cos’è accaduto, che le banche hanno cominciato ad avere partecipazione nelle imprese, a commercializzare titoli che erano operazioni che sarebbero dovute rimanere della CONSOB e della Borsa, invece l’accentramento alle banche della compravendita di derivati, di titoli di ogni specie, di investimenti e impieghi azzardati, hanno stravolto la vera finalità istituzionale, il loro vero ruolo. Per cui oggi è auspicabile per avere una banca aperta ai cittadini, che le banche in generale vengano, per Legge, indotte a modificare le loro finalità istituzionali per rientrare nell’ambito della normativa prevista dal T.U. Bancario rinnovato l’ultima volta nel settembre 1993 con la Legge 385. Soltanto ridando alle banche i loro ruoli, saranno condizionate a operare solo ed esclusivamente nei confronti di cittadini e imprese, con raccolta e impieghi proporzionati e confederativi. Mentre oggi la Banca raccoglie il danaro a Palermo e lo investe a Milano, con le banche federali (di cui c’è un’iniziativa in corso di persone che si stanno adoprando per la realizzazione di una banca federale) il primo obiettivo è la raccolta e il reimpiego delle somme raccolte per l’80 per cento nella regione in cui vengono accumulate. Non è pensabile che i risparmi della gente di Basilicata debbano essere investiti e persi a Milano, anziché aiutare le imprese della regione stessa che potrebbero svilupparsi, aumentare i loro fatturati, i loro dipendenti e assurgere a imprese di primaria importanza piuttosto che rimanere imprese artigiane o imprese sconosciute. Ogni regione ha delle capacità produttive in ambito turistico, alimentare, gastronomico, vinicolo, nel settore delle acque minerali, perché ognuna di queste regioni non deve essere valorizzata per queste sue capacità, e divenire modello utilizzabile o esportabile a livello nazionale? Questa è la vera funzione dell’istituto bancario.

D – Un nostro lettore ci ha scritto di un’esperienza diretta con la sua banca, come gli risponderebbe sulla base dell’odierno rapporto con le banche, visto che in definitiva la maggioranza dei cittadini versa e preleva, paga i RID e le rate del mutuo, e tanti, specialmente gli anziani, non usano il bancomat perché trovano complicato anche inserire solo quattro numeri in sequenza.

F.P. – Per rispondere al cittadino che ha inviato la lettera al Direttore della rivista, che con un reddito di 20.000 € si vede negata dalla banca la possibilità di sconfinare di qualche centinaio di euro, rispetto a un affidamento di mille euro infinitesimale già rispetto alla retribuzione fissa del cittadino dipendente, do risposta che è un problema serio. Le banche non consentono di poter uscire dai limiti loro attribuiti anche per le piccole cifre, anche per i piccoli affidamenti. Di contro però assistiamo a degli sconfinamenti senza limiti dei grandi affidamenti. Ovvero, mentre al cittadino con un fido da mille euro, il cinquanta per cento della propria retribuzione mensile, non consentono di fuoriuscire di cento, duecento euro, alle imprese affidate per milioni di euro, consentono di raddoppiare o triplicare le loro disposizioni allo scoperto e senza garanzie aggiuntive. Quindi, mentre nell’ambito del piccolo investitore, del piccolo risparmiatore, del cittadino comune e del dipendente uscire del dieci o del venti per cento rappresenta una cosa abnorme come assenso da parte delle banche, consentire a clienti affidati per un milione di euro di raddoppiare o di sconfinare di cinquecentomila, seicentomila e anche di un ulteriore milione di euro è una quasi normalità del sistema bancario. Così facendo, ha indebolito le proprie frontiere nei confronti dei  piccoli imprenditori e dei piccoli operatori, lavorando oggi a esclusivo beneficio di grandi imprese alle quali è sempre tutto consentito, mentre artigianato, piccole e medie imprese e cittadini sono costretti non solo a tirare la cinghia ma a pagare tassi di interesse, oserei dire aumentati del trenta, quaranta per cento rispetto a quello che pagano le grandi imprese. Tutto questo varia da regione a regione, per cui ci ritroviamo in molte regioni a pagare il tasso di interessi del dodici, quattordici per cento con tutte le spese accessorie, ai limiti dell’usura. Qualche volta questi limiti dell’usura vengono superati ed è motivo, per fortuna, da parte di solo una minima parte della Magistratura sensibile, di chiedere il rinvio a giudizio dei funzionari bancari responsabili di questo reato. 

D – Professor Petrino, come sono organizzate le banche, come decidono le tariffe e soprattutto c’è una concorrenza tra i vari Istituti?

 F.P. – In Italia abbiamo un unico sindacato bancario, che è l’ABI (Associazione Bancaria Italiana), il che significa che tutte le banche aderenti e chi non è iscritto all’ABI non può fare banca, hanno un cartello comune. Non esiste alcuna competitività, la competitività apparente si fa sui tassi, perché se noi leggiamo le riviste specializzate andiamo a vedere che la banca tal de’ tali pratica un tasso inferiore rispetto all’altra, ma quel tasso inferiore lo pratica solo se va la famiglia Agnelli, perché se va il cittadino Sig. Cibuti a chiedere un prestito, anche presso quella banca dove il danaro è esposto a prezzo inferiore, per il Sig. Cibuti il prezzo è più alto. Quindi nel nostro paese mancando la competitività e di conseguenza la concorrenza i costi sono più elevati. A parte questo, c’è da tener conto che le banche da noi hanno creato una vera e propria inflazione. Se consideriamo che in determinate strade di Roma prendiamo a esempio via Gregorio VII c’erano tre filiali del San Paolo di Torino, tre filiali del Monte dei Paschi di Siena su di un’unica strada. Significa che questa diffusione di sportelli ha determinato dei costi che devono essere pagati dai cittadini. È più facile per un cittadino fare un chilometro per raggiungere la banca, che per la banca spostarsi di trecento metri per essere più vicina al cliente perché quello spostamento comporta personale, locali, gestioni, attrezzature tecnologiche. Conseguentemente tutte circostanze che portano ad aumentare notevolmente i costi. Quando le banche italiane avranno la capacità come le banche europee di ridurre il numero delle loro filiali delle loro agenzie, di ridurre il numero del personale e mettere soltanto gente che lavora perché vi sarà capitato, in banca, di vedere che due persone lavorano e le altre chiacchierano, si raccontano barzellette, telefonano a casa, alle mogli, alle amanti, e praticamente di lavoro vero ne fanno un quinto rispetto al valore della giornata lavorativa. Tutto questo comporta costi senza produttività, in Francia il personale bancario è un terzo rispetto a quello italiano con una produttività molto più elevata e lo stesso discorso vale per l’Inghilterra dove non esistono persone che chiacchierano tra loro dietro i banchi di lavoro delle banche, al contrario sono tutti attivamente impegnati nel fare il loro lavoro. Da noi non c’è neppure la cortesia minima rispetto alla cortesia massima che esiste negli altri Paesi. In banca siamo tutti considerati come cittadini succubi e non come signori clienti, perché i bancari si dimenticano che il cittadino che va in banca e merita il rispetto del cliente e non del suddito. Da noi occorre una riforma che parta dall’educazione alle competenze sovente del personale delle banche decisamente sotto i minimi storici di ogni Paese europeo. 

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 Emiliano Frattaroli

Ultima modifica ilMartedì, 19 Agosto 2014 13:11

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