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Arte e Cultura

Arte e Cultura (237)

Antonella Polenta…

Antonella Polenta è nata a Roma dove vive e lavora. immagine di Antonella Polenta2

Dopo essersi occupata di studi epidemiologici e sociali, attualmente lavora in campo idrografico.

Ha diverse pubblicazioni scientifiche e divulgative all’attivo, ma la sua passione per la scrittura l’ha condotta a varcare mondi fantastici tanto da indurla a scrivere poesie, racconti e romanzi.

Al momento attuale i libri pubblicati sono sette.

Il penultimo, Talvolta un libro, pubblicato dalla Elmi’s World, è un romanzo storico ambientato nel medioevo.

Paola Mattioli – A piccoli passi (ed. Pendragon)

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La Mattioli con lo strumento della poesia sembra che ricostituisca il senso del tatto per le individuali vicissitudini, in un’epoca che vede i poeti in difficoltà, a causa delle egocentriche ripercussioni, smussabili usando la testa non da soli per provare a cambiare l’atmosfera.
Questa raccolta si evidenzia per della sana modestia nell’esprimere dei concetti, in situazioni da delineare impegnandosi, in virtù di una formazione ricavabile con tutta l’importanza del caso.

“In viaggio per la felicità”: il nuovo romanzo di Claudia Saba

image2Quante volte ricerchiamo la felicità, sperando magari di trovarla in qualche luogo imprecisato e non capendo che la stessa felicità è dentro di noi, in quel viaggio che decidiamo di compiere per trovarci e riconoscerci?


A questo interrogativo ha tentato di dare risposta la scrittrice pontina Claudia Saba, tornata sulla scena con il suo secondo lavoro letterario: “In viaggio per la felicità”, edito dalla Laura Capone Editore.

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“SE E’ AMORE, LO SARA’ PER SEMPRE” di Mauro Cesaretti

COPERTINA

Tante novità vibrano, sollecitandoci ad andare avanti e raggiungerle così per fare chiarezza ed esprimerci con leggerezza, pur essendo sempre più intrattenibili, pur dovendo scorrere per rinfrescare la natura degli eventi.

Secondo il poeta, il battito cardiaco è influenzato da una lotta interiore, la più deplorevole, cosicché aleggiano amorevoli frammenti, da mirare con uno spirito infrangibile, piacevolmente passivi a tutta questa sublimazione.

“Mai riceviamo quel che vorremmo

perché s’ignora il desiderio altrui

e l’insoddisfazione c’assale adagio”

Walter Fabbri & Daniele Spizzico…

ImmagineAttore versatile, istrionico, con doti drammatiche, a volte crude, dotato di profonda ironia. Adatto per ruoli da caratterista. Daniele Spizzico nel 1988 decide di intraprendere la strada del teatro, frequentando dapprima un corso amatoriale, poi iscrivendosi ad uno di dizione e di respirazione. Nel 1992 si iscrive ad un corso di operatore turistico e in quella sede si definisce ed affina la sua predisposizione alle pubbliche relazioni nell'ambito delle organizzazioni di eventi e tempo libero. E' da lì che di fatto inizia il percorso di animatore, arrivando in breve tempo a ricoprire il ruolo di responsabile capo animatore. Nel 1995 si trasferisce in UK, vivendovi e lavorando stabilmente. Dal 2001, dopo la sua ultima stagione all'estero, si trasferisce a Roma iniziando a lavorare in televisione per Mediaset e Rai in qualità di attore per piccoli ruoli, opinionista e conduttore (fra i tanti, "Forum", "I Cesaroni", "Il peccato e la vergogna" e "Futura tv" - un interessantissimo programma sperimentale Rai). Contemporaneamente continua a studiare e frequenta, fra le altre, la scuola di teatro diretta da Pino Ferrara. Dal 2003 è impegnato in qualità di talent-scout per giovani interpreti, presso una nota agenzia per attori. Il suo obiettivo è di condurre un talk-show. Sta lavorando a un format-tv che parli di turismo a tutto tondo.

A 80 ANNI DALLA SCOMPARSA, D’ANNUNZIO RIVIVE NELLA QUOTIDIANITÀ: ECCO COME IL VATE HA CAMBIATO PER SEMPRE LA LINGUA ITALIANA

DAnnunzio Segreto al Teatro Manzoni 1Non tutti ne sono a conoscenza ma, oltre ad essere stato un grande scrittore, seduttore e linguista dall’innata creatività, Gabriele D’Annunzio fu inventore di neologismi, marchi e vocaboli entrati a far parte della vita quotidiana di milioni di italiani, che ancora oggi citano il Vate senza nemmeno rendersene conto. Il motto me ne frego, la Rinascente e il tramezzino: questi sono solo in parte i neologismi nati dalla penna creativa del poeta. Il Vate era un amante delle novità, curioso scopritore che sperimentava in prima persona i cambiamenti rivoluzionari dell’epoca. La sua eredità ha cambiato notevolmente la vita degli italiani ispirando numerosi artisti come l’attore e regista Edoardo Sylos Labini che ha deciso di raccontare gli ultimi anni di vita del poeta, tra amore, passione e grande letteratura, con lo spettacolo “D’Annunzio Segreto”, in scena al Teatro Manzoni di Milano fino al 7 febbraio. L’attore metterà in luce il lato più intimo e fragile di D’Annunzio fornendo un ritratto inedito del Vate: “La figura di Gabriele D’Annunzio è oggi più viva che mai, il suo spirito rivoluzionario e provocatorio, il suo porre la cultura al centro delle sue battaglie è un esempio sempre attuale – spiega l’attore e regista Edoardo Sylos Labini – Del resto soltanto l’arte e la poesia sono immortali e il Vate ci ha lasciato delle pagine indimenticabili di grande letteratura”.

Il Vate trovava ispirazione in ogni aspetto della vita letteraria e traeva spunto anche dall’arte e dal cibo. Infatti, in un momento storico in cui il processo di italianizzazione prendeva forma e quindi anglicismi e francesismi erano aboliti, il termine sandwich doveva essere tradotto. Mentre il Vate soggiornava in un bar di Torino esclamò: “Ci vorrebbe un altro di quei golosi tramezzini” ispirandosi al termine architettonico tramezzo. D’Annunzio era un grande conoscitore della lingua italiana in costante competizione con Dante Alighieri, tanto da vantarsi di aver usato 40mila parole nelle sue opere, mentre il Sommo Poeta solo 12mila. A corredo, fu anche lui a inventare motti come “me ne frego!” e il famoso “Io ho quel che ho donato” che svetta all’ingresso del Vittoriale oppure l’espressione “tener-a-mente”. È un gioco di parole presente su moltissimi bigliettini e fotografie che il Vate dedicava alle sue donne, tra cui Luisa Baccara e Olga Levi Brunner, a significare il dolce ricordo delle amanti.

Ma anche il mondo dello sport deve a D’Annunzio un tributo. “A lui per esempio dobbiamo l’invenzione dello scudetto” racconta Edoardo Sylos Labini. L’idea dello scudetto, nacque da una partita di calcio disputata dal Vate durante l’occupazione di Fiume nel 1920. Sulle maglie dei giocatori, invece dello scudo sabaudo come era in vigore, decise di applicare uno scudetto di rimando araldico con i colori della bandiera italiana. La sua idea si rivelò geniale e a tal proposito, in un editoriale, il Presidente del Vittoriale degli Italiani, Giordano Bruno Guerri ha raccontato: “Il vero trionfo calcistico del Vate avvenne quasi dieci anni dopo la sua morte, nel 27 ottobre 1947, quando la nazionale Italiana di calcio giocò a Firenze contro la Svizzera, stravincendo nella sua prima partita postbellica: gli azzurri avevano sul petto lo scudetto tricolore di D’Annunzio, quello sannitico”.

D’Annunzio era un vero e proprio creativo e ideò anche due marchi molto famosi al giorno d’oggi, Rinascente e Saiwa. Il primo gli venne in mente quando nel 1917 un grande magazzino di Milano fu distrutto dalle fiamme e lui per l’occasione ribattezzò quello nuovo con il termine Rinascente. Il marchio dei rinomati biscotti invece nacque nel 1922, quando la piccola pasticceria genovese denominata Società Accomandita Industria Wafer e Affini si trasformò in una delle prime imprese europee per la produzione di dolci, di cui il Vate era un goloso consumatore. D’Annunzio semplificò il nome utilizzando solo le iniziali della società, tramutandolo nell’acronimo Saiwa.

Il Vate mise in pratica per primo anche il concetto di marketing, accostando per esempio il cioccolato all’automobile. Famoso per questa sua passione, fu convocato dal senatore Agnelli che gli chiese di aiutarlo a formulare una réclame per l’uscita della nuova autovettura di lusso, la Fiat Tipo 4. Era il secondo decennio del 1900 e D’Annunzio rispose che la migliore pubblicità sarebbe stata quella di associare un cioccolatino all’auto, scegliendo il cremino a base di mandorle e nocciole tostate prodotto da Majani. Aveva quattro strati come il numero 4 della macchina e durante la presentazione il Vate lanciò cioccolatini suscitando clamore e consacrando il successo della Fiat, oltre che del marchio Majani. 

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Riapre un “Luogo del cuore”: la Tomba degli scudi della Necropoli di Tarquinia

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La collaborazione fra Intesa San Paolo, della Soprintendenza Archeologia, Belle Arti e Paesaggio per l’area di Roma metropolitana, la provincia di Viterbo e l’Etruria meridionale e il Fondo Ambiente Italiano ha reso stato possibile restaurare molti “luoghi del cuore”, cioè siti archeologici e luoghi di interesse storico, tra cui la Tomba degli Scudi a Tarquinia, una delle più importanti presenti nel sito, risalente al IV Secolo a.C.

Le origini della Festività della Befana

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La magica dodicesima notte: l’Epifania

L’ Epifania è la giornata che come recita il noto detto popolare: “Tutte le feste porta via”, segnando la fine delle vacanze natalizie. La tradizione vuole che la prima Befana della storia fu la ninfa Egeria, consigliera di Numa Pompilio (secondo dei sette re di Roma). Alle calende di gennaio, verso la fine di dicembre, il re aveva l’abitudine di appendere una calza nella grotta dove viveva la dea (vicino terme di Caracalla) e la mattina la trovava piena non di doni, ma di buoni consigli.

Giuseppe Fina…

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Il mio nome è Giuseppe Fina, “Jòsephaine” per gli amici. La mia vena artistica matura nei primi anni 80 in un network toscano, Rete Jolly Network; e poi dagli sketch in piazza con le Miss regionali alle webradio ( l’ultima www.radiostudiodanceroma.it ). Vivo a San Giovanni alla Vena, in una dolcissima frazione del Comune medioevale di Vicopisano, posta ai piedi del monte Castellare, dove la musica, l’arte e l’armonia primeggiano. Vivo ogni singolo giorno della mia vita “alla Steve McQueen”, o meglio, “alla Jòsephaine”. Amo tantissimo gli animali domestici, in particolare i miei quattro gatti. Adoro  l’arte in ogni sua forma: nell’eleganza, nei gesti, nei sorrisi e nella purezza dei valori.

Caro Jòsephaine, secondo te, a quale offerta non si può rinunciare, e perché?

Il Tempo. Non si può né si dovrebbe mai dire no a chi ti offre di risparmiare o di “acquisire” Tempo. Ricco è chi di tempo ne ha da vendere o è padrone del tempo altrui. Immaginatevi di avere il dono di poter gestire il tempo degli altri: sarebbe come avere gli stessi poteri di un Dio dell’Olimpo… per toglierlo ad alcuni e poterlo regalare o vendere a caro prezzo a chi può permetterselo; sarebbe come essere il Signore della vita o meglio “la Morte”! Padroni indiscussi del Tempo…  chissà forse un giorno arriveremo a esserlo almeno per il nostro, ma certo è che se ti offrissero di provare a vincere i tuoi anni sarebbe di certo un buon affare…!

Quale strumento riesci ad adattare alle tue esigenze?

25674247 1221880411244773 94387450 nMammamia me lo chiedi? Il telecomando in assoluto è lo scettro di casa per chi lo possiede, specialmente quando è double face: spengi, accendi, cambi, scambi, rispengi, riaccendi; non mi piace, sì mi piace, metto il film no giro c’è il TG, c’è Vespa a Porta a porta, oddio giro svelto cerco io…! Poi alla fine tolgo la voce e uso il mouse; hai questo potere in una sola mano…!

Sei sempre riuscito a cogliere al volo gli affetti di una vita? Le paure comuni consistono nel non riuscirci?

Mi dovrei dividere in tremila, sono uno che non fa in tempo a finire una cosa che subito se ne trova in cantiere altre tre, e quando ci  si ferma? Mai! La famiglia, sì, qualche rimpianto… a volte a furia di cercare la strada più comoda per non lasciare i nostri figli alle sorti di una vita paragonabile a quella di un Mulo, che tra una frustata e l’altra camminando può solo mostrare la parte contraria alle proprie orecchie, rischi di allontanarti troppo dalla tana e perdere definitivamente i profumi della loro immacolata giovinezza.

Ti è mai capitato di sfoderare della violenza? 

Mi sono accorto che mi manda fuori la gente che urla in faccia insistentemente, ma per accendere la Santa Barbara occorre accompagnare le grida con una buona dose di sonno arretrato. Le mani… non mi piace alzarle e spero di non arrivarci mai, me ne vergognerei.

L’ultima volta che hai riso, l’ultima volta che hai pianto? Emozioni magari che hanno a che fare solo con la cultura di un dato territorio d’origine?

Forse sono più le volte che ho pianto che le altre, penso che il pianto che fa più male sia quello di un amore perso… sono tracce che non si rimarginano mai neanche a distanza di anni. Per il sorriso non mi ponevo problemi, ridere per me era come aspettare un pullman in un giorno di sciopero, difficilmente ci riuscivo, così un giorno ho azzardato una preghiera: >. Oggi sorrido e rido ogni volta che ne ho voglia, e penso sia il più bel dono che si possa ricevere. Come tutti i regali ha il suo prezzo, per conservare questo giocattolo è sufficiente salutare le persone anche se loro sono restie a ricambiare. Saluta, saluta sempre, un giorno queste persone prendendoti sul tempo ti saluteranno anche loro. E’ a quel punto che scoprirai che come il pianto e il sorriso anche il saluto è contagioso.

Una questione di qualità, quand’è che si riproduce? Ciò può accadere anche o soprattutto leggendo?

Prima dovremmo capire dove fonda le radici la “Qualità”. La qualità nasce dall’innovazione, da un’idea, dalla ricerca,  da prodigiose visioni. La qualità è sana quando riesce a sganciarsi da stili o standard preconfezionati, quando stupisce mischiando il sacro col profano, o sbalordisce maturando curiosità e affinità con l’autore, che al fine di trasformare la lettura in un fantastico viaggio ai limiti del surreale deve a volte trasformarsi un po’ in Dottor Jekyll e Mr. Hyde.

Non pensi che la lettura oggi stia dipendendo unicamente dalle proprie composizioni? Un’opera letteraria, per considerarla bella, deve per forza attingere da svariati generi?

Ogni opera ha una sua storia e un suo fascino, ma, per essere sintetico, deve essere intrigante e semplice da percepire. La più bella lettura da consigliare è senz’altro quella che più ci somiglia. Leggere continuando a contare le pagine girate non ha senso, meglio cambiare genere o autore in tal caso, secondo me.

La libertà si può regolare relazionandosi con la gente artisticamente? Ho l’impressione che provi un piacere ineguagliabile a farti notare, sbaglio?

La libertà va di pari passo con la felicità, a volte, è vero, la si ottiene semplicemente parlando con le persone che ti stanno più a cuore, altre volte con chi ti somiglia di più. Tra artisti è come uscire dalla solita routine quotidiana, è voler fare qualcosa a chi la dice più grossa, a chi la sa più divertente, a chi ci è già passato. Tutto senza secondi fini, senza voler essere superiori all’altro. Il migliore è sempre il più umile, non vince nessuno, solo l’amicizia e la voglia di fare pazzie. Sì mi piace farmi notare, faccio niente per passare inosservato, ma per essere esatti mi piace uscire dagli schemi, stupire!

Mettiti comodo… vengo a ucciderti! (Book Sprint Edizioni)

E’ talmente sanguinolento questo racconto che i gesti che ci appartengono ne rimangono risucchiati, ed è dura poi riconoscerli; come se in preda a un percorso interiore sì, ma improvvisamente e tremendamente spigoloso, alla fine del quale, tastando dell’angoscia lacrimosa, ti ritrovi nel bel mezzo di un Terrore di soli sensi e il Destino si rende propriamente infernale, definendo l’Essere.

Il lettore si vede costretto a sprofondare in una narrazione scrupolosa ma dalla forma nient’affatto complessa, cosicché non pesa il fatto che si dissolvano certi limiti, ovvero quelli che di solito o giocoforza poniamo alla libertà d’esprimerci.

Persisteranno null’altro che dei soggetti passivi, ulteriormente oppressi da imposizioni teoriche di certo non illuminanti, rafforzate da una verità che pulsa nella condanna a cui ci si rassegna, ossia alla consapevolezza di come si possa agire d’istinto.

La realtà si delinea esclusivamente morendo, per mezzo di una riflessione strutturata con un linguaggio semplice, calibrata per colpire quelli che credono sia opportuno viversi a vicenda, purché si abbia coraggio nell’intendere e non si vomiti tutto fuorché l’anima nel volere.

Il lettore può partecipare a qualsiasi accadimento e fermarsi a un qualsiasi punto d’approdo… purché poi si guardi bene intorno, toccando con lo sprezzo dell’immaginazione cose gravide di passione, che odorano di comprensione, risuonanti per motivazioni costanti, dando il là così a un’opera cinematografica del tutto personale, per tenere testa a una realtà contraria alla collocazione che ci siamo magari prefissati.

Il protagonista della storia da subito si è visto perso tra i rifiuti, in modo precipitoso, cioè senza averne constatato il benché minimo demerito data un’innocenza tutta ancora da plasmare, e in una cronologia degli eventi che disintegra l’attualità; trafitto da una sostanza che non si riesce a evidenziare quando si soffre fino ad agonizzare e a non credere più nel domani.

D’improvviso le sensazioni a tal sproposito si sgretolano per un moto dell’anima che non traspare in assoluto, ma che ci attira misteriosamente fino a catapultarci altrove, in un posto di urbano torpore come in un relativo periodo storico.

Per andare alla ricerca, meticolosa, di un suono, una piega, un male oscuro.

Una causa insomma che induca a comprendere ciò che siamo; in questo caso l’esistenza del protagonista, che si rivela un’intrattenibile procacciatrice di Morte, che sarebbe assurdo sottintendere, sviare.

I cadaveri in questo racconto presentano segni di una violenza inaudita ma spontanea, come se delle anime fossero state dapprima prosciugate dall’intento dell’univoco omicida, che non temeva quindi di passare in giudizio, freddo tra i suoi attimi di una follia originata da inosservate cause di litigio.

Per identificare costui bisogna fare incetta di noie ricevibili in pieno qualunquismo, non essendoci una matassa mentale da sbrogliare serenamente, e cioè che riconduca alle traversie di un normale maniaco, a una spinta ragionevole e quindi accessibile per delle comuni indagini… macché!

In silenzio, Josef Kerry china gli occhi per scrutare una leggera fuoriuscita di ciò che gli circolava nelle vene… tanto vale pretenderla nuovamente, di per sé, avvicinando la mano che n’è sporca, con un’attitudine alla contemplazione della vita contenuta in quel rosso residuale, prima d’ingurgitarlo e di provare così l’ebbrezza di un significato come pochi, alla strenua dei beni immateriali.

Chi ha visto le sue prodezze, orbene, deve ringraziare il cielo per non essere finito sotto i suoi colpi letali, assistito dal medico di turno affinché il battito cardiaco non faccia eccezioni più del dovuto.

Le forze dell’ordine nel frattempo andrebbero orchestrate perfettamente per non sentirsi precipitare, nonostante la fine sembri strisciare sulla pelle.

Dovendo affrontare un omicida occorre mettersi nei suoi panni, cogliere i suoi pensieri con un’onestà intellettuale non indifferente, per detronizzarlo ancor prima che agisca, bloccarlo inavvertitamente, non dimenticando però che spesso la sincerità ci sorprende tutti quanti.

Il contesto romanzato si sgonfia a seguito di un’inconcepibile castigo, e qualcosa d’illogico serve assolutamente per reputare legittima una rivendicazione.

Dati i rischi la minima disattenzione può rivelarsi fatale a dir poco, il divieto di sbagliare s’ingigantisce nel chiuso dell’attesa degli aiuti ufficiali, già… ma si tace così tanto da non riuscire a immaginare il lieto fine.

Guerra, superbia e inappetenza soprattutto hanno contribuito a realizzare i movimenti dell’uomo di ghiaccio, Josef Kerry, a fronte di una richiesta di condanna esemplare a suo carico d’accettare, date delle colpe inequivocabili, che sarebbe stupido se non proprio impensabile passarci sopra.

Ciò non toglie che le cause giudiziarie debbano far evolvere l’umanità aldilà del sancire il bene e il male, riattivando il Pensiero per appurare specialmente le sempre più sconcertanti digressioni dell’istinto animale, di cui Josef Kerry n’è rapito a forza di reagire come a dire “Presente!”.

Sembra impossibile riaprire il caso Kerry, sembra che il tempo si perda nell’emarginazione di un individuo che sconta la peggiore delle pene da una vita, la solitudine se non è voluta affatto, se si è senza genitori; quotidianamente subissati dal pregiudizio di coloro che hanno solo di che gestire una sorta di rassegnazione che non li riguarda.

La detenzione arreca una forma di perbenismo che in pratica si rivela come di sottomissione, stimolante il lato perennemente disumano.

L’ascolto del circondario diventa infernale, nient’altro che inopportuno… trattasi di voglie malsane, che si liberano alla ricerca di un senso d’orgoglio, disperatamente.

Il protagonista invece non contempla la differenza tra lo stare in carcere e il muoversi in libertà; in ambedue i casi la putredine morale sembra insormontabile non essendo costui in grado di provare nemmeno nostalgia per degli affetti che gli erano svaniti sul nascere, e con la curiosità bloccatasi per forza di cose.

Imprigionato nel suo aspetto fisico, e calpestato dai giorni che passano riflettendoci sopra, a Josef gli resta di fare a pugni con un’emotività che puzza di stantio, decretando così l’imprescindibilità di un senso di solitudine, respirando a pieni polmoni, a vuoto.

Il male di vivere, frammentario, gli si ripercuote anche se un vigore del tutto apparente farebbe proseliti.

E’ come se il demonio si fosse pappato un essere umano in un sol boccone, un’osservazione irrimediabile che Spazzola, forse il più saggio dei detenuti, non può tenersi per sé mirando ai resti di quest’energumeno in gabbia, su ogni singola fattezza che si sproporziona al minimo movimento… giusto il tempo d’inquadrarne gl’intenti, slegati o no dall’umore principalmente pervaso dalla logica individuale che si contrasta approfondendo la materia decadente, nonostante le fantastiche irruzioni del Pensiero, che si manifesta nell’affaticamento, quand’è più che evidente sul volto, a stravolgere la vista.

Josef se provocato allora non vede l’ora di chiarire lapidariamente ogni questione, e nessuno ha questa propensione, tanto vale azzardarci sopra.

I compagni di sventura, specie quelli stretti (e data una selezione non voluta), avrebbero di che fermare il desiderio qual è non avere a che fare con lui: un imperativo presto dimenticato se l’orgoglio di per sé prevale malamente, e il pudore va a farsi benedire a tal punto che una risata tira l’altra, quasi a non dover soccombere a una tragedia in perenne corso d’opera.

In prigione, in generale la disciplina conta, purché non si prenda la briga di predominare su esseri che hanno da scontare in fondo lo stesso destino, sancendo noiosamente la legge del più forte.

Al contrario, l’uomo di ghiaccio richiede all’istante dell’indipendenza spaziotemporale, preferendo perdersi nelle tristi convinzioni, navigandole all’impazzata.

Per il resto, si ha di che dimorare in un luogo senza vie d’uscita, in cui il respiro ti ritorna piano, come una condanna reale giacché non puoi farci niente con l’inflessibilità una volta che te la meriti.

La comunicazione tra i detenuti, rigida e sterile, evapora per deduzioni continue, circa un carattere perlomeno che non si lascia mai e poi mai deviare.

Chi se la sta passando ulteriormente male non fa tenerezza, se l’è cercata e dunque rappresenta l’ennesimo ostacolo e basta, a tutto ciò che va misurato con l’ego di Kerry semmai.

In carcere certamente emergono dei sospetti a cui occorre girarci intorno; e possibilmente senza isolarsi, dunque in complicità con gli esperti del posto, quelli che lo conoscono come le loro tasche, seppur a loro malgrado, perciò fedeli alle forme d’opportunismo che ti riaprono all’oggi o ancor meglio al futuro.

E’ fondamentale rimanere lucidi per venire un po’ considerati, continuando a persuadere il tempo o iniziando a farlo addirittura, per non agevolare l’operato crudele dei nemici, di chi falsamente vigila per il bene di una comunità di malcapitati.

La dannazione diventa lurida, oltre alla detenzione si ha di che stare alla larga da un pazzo criminale, in un attimo fuggente, che ti lascia allo scoperto, sbattendoti subito dopo in faccia il più complesso dei quesiti: vale la pena vivere?

I progetti accresciuti dal killer in questione si convertono a una spontaneità spiazzante, rasentano l’impensabile… le anime coinvolte, anche se discutibili già di per sé, tornano candide tutt’a un tratto, ignare specialmente dell’armonizzante circondario, di un contesto che non si è più in grado di caratterizzare, oramai costituito da personali ma mancati accorgimenti.

Incanalate per dubbi latenti, striscianti giustappunto per giungere a ridosso di un precipizio fatale, con visioni che si aggrovigliano a causa di un indefinito snodo caratteriale.

La dimensione globale è soggetta a un cambiamento radicale che si concretizza solo con la presenza della massa che si chiede eternamente cosa sia il domani se l’incapacità di vigilare col buonsenso viene messa a fuoco da uno spietato assassino; da un individuo abnorme che relega ogni tipo di cattiveria non da lui profetizzata alla speranza d’illuminarsi nuovamente, di misurarsi normalmente, con lo slancio emotivo.

Non si deve esagerare nel comunicare se non v’è la libertà nell’esporsi; e qualcuno in questo carcere riesce a cogliere questa massima osservando gli altri per non trasparire con tutte le proprie debolezze, fissando la desolazione di uomini che accerchiano irrimediabilmente Josef Kerry, essendo costui impossessato dal demonio che dà modo di odorare in extremis il benessere che non ci appartiene, infischiandosene in fondo, come se convinto che la possibilità d’identificare appieno un insieme di persone vada rinviata incutendo le paure che ci meritiamo, con tutta una calma che non ci riguarda.

Tra quelli che sono di casa oramai, serpeggia l’intento di riappropriarsi dell’habitat naturale, impartendo compiti e voglie, e al più presto per non generare un caos squilibrante certi poteri.

L’uomo di ghiaccio pazienta al fine di riscattarsi, con quella voglia perenne di farsi giustizia che spesso anestetizza il male di vivere, complice di quello spiraglio di luce fatto restare per tastare una solitudine pervasa dalle urla sconcertanti che scardinano delle strutture sensibilizzando involontariamente il marcio interno, subito intese, paragonabili alla fine che fa un porco… dalle urla delle sue vittime, colte sempre di sorpresa, a dispetto dei ruoli per galleggiare nel sangue umano, ovvero in un immaginario tanto allucinante quanto vomitevole, per cui di certo c’è che non si torna indietro.

I rifiuti volgono al disumano, di getto, e il lettore ha di che sfogliare un racconto, per una e più tragedie insormontabili dacché volute con un cinismo che va oltre la pena d’affrontare.

E il divieto a proposito dell’ingenuità che comunque si ripropone in modo letale, specie nei carcerati come nelle guardie, stressati dall’idea di morire, da bloccare a ogni costo, sparando su di un folle killer, a un individuo che si entusiasma inorridendo, una volta catturato.

Perché vi sono casi in cui uno scopo va focalizzato così, a pelle.

Sarebbe più giusto ucciderlo per stare in pace con se stessi, con quella follia che ti lascia immaginare un pubblico più che animato, compatto nel volere la sua morte, dalla parte del male sempre e comunque.

La fine sembra che sia a portata di mano, volgarizza senza dare adito al minimo ripensamento quando si tratta delle presunte colpe altrui; di quest’inarrestabile uomo di ghiaccio ora intento a fiutare le prigioni per scovare il suo branco di nemici che, carichi di veleno, non fanno altro che rappresentare una minaccia senza una valida ragione di fondo, con lo stesso terrore di cessare d’esistere a galvanizzarli nel contrattaccarlo, giacché il rinunciare a ciò provoca la morte, quella che ci si aspetta in cuor proprio.

Il protagonista diffida di tutti gl’individui, tanto vale assassinarli uno a uno, appena se li trova davanti… la soluzione non consiste dunque nel gesto straordinario, ma nel sacrificare una persona qualunque dandola praticamente in pasto al pluriomicida.

Leggendo la storia, in realtà l’interesse può volgere alla complementarietà emotiva, ricavabile capitolo dopo capitolo godendo alla cieca, di una fine incomparabile se ci si rivolge agli altri; come se impaginata per ingrossare l’Io senza delle attenuanti, ammorbandolo in una condizione di passività dettata da un insieme di peccati che in fondo non siamo in grado di gestire, ossessionati dal proibito che ci liquida autorevolmente.

Giuseppe Fina narra in modo dettagliato l’interezza di un qualcosa che ha dell’incredibile, incastonato nell’umana evoluzione… un miscuglio di divieti mai davvero presi in considerazione, divenuto incalcolabile per forza di eventi.

Per curare l’uomo di ghiaccio bisogna guardarsi dentro, ritrovarsi in un inferno che sa di conflitti estremizzati da figure irrinunciabili, di una morte d’accettare… in mancanza cioè di un dannato assistente, che invece si può dimostrare utile, seppur a proprie, orride spese.

La commiserazione si perde nell’ironia di un gigante che non riconosce affatto il valore dell’amicizia, lesto a fare a cazzotti contro chi vuol vivere un bel niente… quasi alla maniera di un Bud Spencer, ma di sicuro non si ride!

Ottenuto un affanno di libertà con l’annientamento degli avversari, non rimane altro che uscire dal carcere e cercare nuovi ostacoli per nutrire questa bestia racchiusa in un corpo umano.

Le forze dell’ordine, capeggiate da un tale di nome Gave Dawidson, solitamente giungono dopo, solo a registrare con lo stomaco forte delle tragedie inequivocabili, chiedendosi che senso abbia eccedere malignamente; rassegnati a soccombere al bestiale riscatto di un individuo leso, non facente quindi eccezioni tra le vite di esseri innocenti, giacché sembra che persino il demonio lo rifiuti.

Con una violenza inaudita, di univoco botto, Josef Kerry si libera di una sorte avversa, a prova d’uomo.

Ma l’ora di arrecare una fine agl’intolleranti di turno, che si sono resi sprovveduti da una vita, può incombere sul suo volto disastrandolo in un accenno di memoria… pertanto, questa storia che l’autore, Giuseppe Fina, fa scorrere cinematograficamente, s’immerge nel sangue che sentiamo latitare respirando, immaginando l’evanescenza del più classico dei misteri, quello lacerante l’umanità.

Facendo riemergere una mente da rischiarire, rinfrescare e riadattare per diventare gli artefici dell’assurdo che irrompe con spaccati di memoria che richiedono un freno a delle immagini pervase dalla follia nell’elaborare dei pensieri, in trappola perennemente.

Da un’oscura retta via d’attraversare il lettore può sentire con insistente forza l’essere umano, che vuol sollecitare qualcosa nel destino dell’uomo di ghiaccio, sottoposto ora a cure accecanti; che forse non si aspetta una scrollatura tale da rimediare una lotta col passato poiché disamorevole è l’oggetto delle attenzioni per la purezza già di per sé durissima da mantenere.

L’incantevole scatto fotografico che leggendo la storia possiamo spesso e volentieri ricreare, alimenta un cammino duro da rinnovare se non egregiamente supportati dal desiderio d’intendere persino l’emotività di Fred Barton, di chi spera dall’inizio alla fine di rimettere ordine nel pubblico sfacelo firmato da Josef Kerry, pur essendo passato di grado superiore, avendo riconosciuto a Barton una straordinaria sensibilità che deve rimanere attiva per riqualificare le debolezze del Prossimo; nonostante i sentimenti s’inaspriscono per una passione indecifrabile, relegante all’idea d’incolparsi falsamente, a cotanta umiliazione che rinforza il silenzio dovendo reagire.

La speranza va assaporata, specie in un racconto come questo, che sembra interminabile.

All’apparenza il disorientamento sovrasta il protagonista, se non fosse che istintivamente vi sarebbe da tracciare un percorso da intraprendere, per il meglio.

Josef Kerry non è altri che un ricercato, e vive una condizione non invidiata tantomeno dai senzatetto; con quella sensazione rimarcante il passato, intensa come la memoria che si sgretola, generando battaglie inusitate, che ghiacciano l’anima, che non danno il là a un accorgimento che può cambiare la vita.

Circa una mano che si può tendere più che comunemente, a chi si trova in difficoltà quotidianamente, roba da rimanere entusiasti, e stabilire appunto il buon viatico.

La signora che richiede questa mano senza la benché minima arroganza scommetterebbe sulla rilevanza di un atto qual è quello di perdonare, e fare in modo che l’umanità si riscatti in positivo… ma ci vorrebbe l’affetto dei cari, quel bene assoluto, che ti arricchisce spiritualmente, autorevolmente, per ingranare delle marce arrugginite finalmente e mirare dritto verso qualsiasi ostacolo, ma stavolta sorridendo per un cuore che batte.

L’uomo di ghiaccio da piccolo rasentava il sublime, non potevi non accarezzarlo, suscitava nient’altro che il buon umore, eppure si era provveduto ad allontanarlo dalla madre per il bene di una società che guarda in faccia a nessuno.

Viene facile sostenere l’intendimento terreno, ovvero che sia intramontabile unicamente il rapporto avente a che fare con un cordone di pelle, che lega una madre alla sua creatura.

E in effetti proprio questi si ricompone in un semplicissimo gesto di cortesia tra due figure estranee all’apparenza, che sbroglia reciprocamente l’intreccio dei sentimenti per andare oltre i cataclismi naturali e raggiungere la più forte delle emozioni, quella che sistema le conoscenze di una vita in men che non si dica; affinché la si smetta di subire delle condanne soprattutto il calcolo, come se avessimo il terrore di guardarci dentro prima di sparare giudizi a raffica.

Il racconto dunque termina, aderendo appieno all’inizio; a quando un minore si sente sprovvisto di ogni cosa riconducibile alla felicità di amare, e quindi costretto a crescere inorridendo, scatenando conflitti tra risentimenti del tutto propri in giro, e tutto a spese degli altri, dai quali Josef Kerry se ne esce trionfante solo una volta riconosciuto l’istinto materno, che lo rasserena per desiderare di ripartire, come se in precedenza fosse successo nulla.

Una presenza ottenebrante è capace di arrecare scompiglio tra i lettori imprigionati in questa storia, scegliendone uno per volgere al disumano; dovendo non scambiare la vita per la morte, in particolare quando si è prossimi alla seconda, perché risulta prepotentemente incomprensibile la dimensione a cui veniamo inculcati a un dato momento.

L’accesso principale si pone una volta lasciato dietro il malessere, successivamente ci vuol coraggio da vendere, ovvero stando in mezzo a delle persone che si devono riscoprire come tali: un concetto che Giuseppe Fina romanza, estremizza a perdifiato, invitando a una lettura esaustiva a patto che non si molli la presa di ciò che stringiamo da sempre, alla faccia di ogni politica d’attuare per sentirsi grandi.

E’ possibile dunque mutare una perdita di sensi in una sfida per migliorare, doverosa per la coscienza; e il componimento di Giuseppe Fina sottolinea ciò, ponendo in essere la parte negativa al momento di concretizzare la parziale conversione all’eterno dell’indice di mortalità, d’individuare quella sacra, e forse imparagonabile distanza che inorridisce delle dimensioni avverse, quali sono l’impossibilità di agire e la fisicità.

Il libro di Fina dà modo dunque di raffinare la ragione per sognare di nuovo spolverando ricordi, per un senso di trasporto conficcato nella risposta che dobbiamo ancora preparare in base alla stretta attualità che rabbuia quello stato emotivo di cui ci dobbiamo far carico per affrontare la morte; sapendo di piacere purché si garantisca una continuità nell’assumersi dei rischi per stare bene, per dare il buon esempio senza perdere il mordente.

Secondo l’autore la popolarità la si guadagna provando a risalire la china, e magari in una misura dantesca, a costo d’incattivire nel far succedere ogni cosa, nel corso di questo racconto capace di attrarre per incantare fino a distruggere e irrigidire nell’abbandono coloro che lo sfogliano; appassionante come un’opera cinematografica che scioglie delle vere raffigurazioni nella logica comune, invogliando il pubblico a caratterizzarsi prima e a rabbrividire poi per quell’inqualificabile pena in cui ci si richiude, appurate le nostre sacrosante fragilità.

                                                                                                                                        

La Festa di Santa Rosa a Viterbo: il libro di Gabriella Santini

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Gabriella Santini, antropologa e insegnante, autrice del libro “La festa di Santa Rosa a Viterbo – Uno sguardo antropologico”, edito da “L’Erma” nel 2012, ha intesto fornire una visione antropologica della festa di Santa Rosa, una delle principali feste religiose italiane, che si celebra a Viterbo il 3 settembre.

L'autrice, da sempre attenta alle tematiche delle tradizioni locali italiane, ha ripercorso la storia di questa santa, morta giovanissima nel XIII Secolo dopo una vita devota e attaccatissima ai valori e alle tradizioni della propria terra, in un periodo in cui infuriava la lotta fra guelfi, con il Papa, e ghibellini con l’Imperatore.

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