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Arte e Cultura

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Arte e Cultura

Arte e Cultura (232)

Le origini della Festività della Befana

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La magica dodicesima notte: l’Epifania

L’ Epifania è la giornata che come recita il noto detto popolare: “Tutte le feste porta via”, segnando la fine delle vacanze natalizie. La tradizione vuole che la prima Befana della storia fu la ninfa Egeria, consigliera di Numa Pompilio (secondo dei sette re di Roma). Alle calende di gennaio, verso la fine di dicembre, il re aveva l’abitudine di appendere una calza nella grotta dove viveva la dea (vicino terme di Caracalla) e la mattina la trovava piena non di doni, ma di buoni consigli.

Giuseppe Fina…

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Il mio nome è Giuseppe Fina, “Jòsephaine” per gli amici. La mia vena artistica matura nei primi anni 80 in un network toscano, Rete Jolly Network; e poi dagli sketch in piazza con le Miss regionali alle webradio ( l’ultima www.radiostudiodanceroma.it ). Vivo a San Giovanni alla Vena, in una dolcissima frazione del Comune medioevale di Vicopisano, posta ai piedi del monte Castellare, dove la musica, l’arte e l’armonia primeggiano. Vivo ogni singolo giorno della mia vita “alla Steve McQueen”, o meglio, “alla Jòsephaine”. Amo tantissimo gli animali domestici, in particolare i miei quattro gatti. Adoro  l’arte in ogni sua forma: nell’eleganza, nei gesti, nei sorrisi e nella purezza dei valori.

Caro Jòsephaine, secondo te, a quale offerta non si può rinunciare, e perché?

Il Tempo. Non si può né si dovrebbe mai dire no a chi ti offre di risparmiare o di “acquisire” Tempo. Ricco è chi di tempo ne ha da vendere o è padrone del tempo altrui. Immaginatevi di avere il dono di poter gestire il tempo degli altri: sarebbe come avere gli stessi poteri di un Dio dell’Olimpo… per toglierlo ad alcuni e poterlo regalare o vendere a caro prezzo a chi può permetterselo; sarebbe come essere il Signore della vita o meglio “la Morte”! Padroni indiscussi del Tempo…  chissà forse un giorno arriveremo a esserlo almeno per il nostro, ma certo è che se ti offrissero di provare a vincere i tuoi anni sarebbe di certo un buon affare…!

Quale strumento riesci ad adattare alle tue esigenze?

25674247 1221880411244773 94387450 nMammamia me lo chiedi? Il telecomando in assoluto è lo scettro di casa per chi lo possiede, specialmente quando è double face: spengi, accendi, cambi, scambi, rispengi, riaccendi; non mi piace, sì mi piace, metto il film no giro c’è il TG, c’è Vespa a Porta a porta, oddio giro svelto cerco io…! Poi alla fine tolgo la voce e uso il mouse; hai questo potere in una sola mano…!

Sei sempre riuscito a cogliere al volo gli affetti di una vita? Le paure comuni consistono nel non riuscirci?

Mi dovrei dividere in tremila, sono uno che non fa in tempo a finire una cosa che subito se ne trova in cantiere altre tre, e quando ci  si ferma? Mai! La famiglia, sì, qualche rimpianto… a volte a furia di cercare la strada più comoda per non lasciare i nostri figli alle sorti di una vita paragonabile a quella di un Mulo, che tra una frustata e l’altra camminando può solo mostrare la parte contraria alle proprie orecchie, rischi di allontanarti troppo dalla tana e perdere definitivamente i profumi della loro immacolata giovinezza.

Ti è mai capitato di sfoderare della violenza? 

Mi sono accorto che mi manda fuori la gente che urla in faccia insistentemente, ma per accendere la Santa Barbara occorre accompagnare le grida con una buona dose di sonno arretrato. Le mani… non mi piace alzarle e spero di non arrivarci mai, me ne vergognerei.

L’ultima volta che hai riso, l’ultima volta che hai pianto? Emozioni magari che hanno a che fare solo con la cultura di un dato territorio d’origine?

Forse sono più le volte che ho pianto che le altre, penso che il pianto che fa più male sia quello di un amore perso… sono tracce che non si rimarginano mai neanche a distanza di anni. Per il sorriso non mi ponevo problemi, ridere per me era come aspettare un pullman in un giorno di sciopero, difficilmente ci riuscivo, così un giorno ho azzardato una preghiera: >. Oggi sorrido e rido ogni volta che ne ho voglia, e penso sia il più bel dono che si possa ricevere. Come tutti i regali ha il suo prezzo, per conservare questo giocattolo è sufficiente salutare le persone anche se loro sono restie a ricambiare. Saluta, saluta sempre, un giorno queste persone prendendoti sul tempo ti saluteranno anche loro. E’ a quel punto che scoprirai che come il pianto e il sorriso anche il saluto è contagioso.

Una questione di qualità, quand’è che si riproduce? Ciò può accadere anche o soprattutto leggendo?

Prima dovremmo capire dove fonda le radici la “Qualità”. La qualità nasce dall’innovazione, da un’idea, dalla ricerca,  da prodigiose visioni. La qualità è sana quando riesce a sganciarsi da stili o standard preconfezionati, quando stupisce mischiando il sacro col profano, o sbalordisce maturando curiosità e affinità con l’autore, che al fine di trasformare la lettura in un fantastico viaggio ai limiti del surreale deve a volte trasformarsi un po’ in Dottor Jekyll e Mr. Hyde.

Non pensi che la lettura oggi stia dipendendo unicamente dalle proprie composizioni? Un’opera letteraria, per considerarla bella, deve per forza attingere da svariati generi?

Ogni opera ha una sua storia e un suo fascino, ma, per essere sintetico, deve essere intrigante e semplice da percepire. La più bella lettura da consigliare è senz’altro quella che più ci somiglia. Leggere continuando a contare le pagine girate non ha senso, meglio cambiare genere o autore in tal caso, secondo me.

La libertà si può regolare relazionandosi con la gente artisticamente? Ho l’impressione che provi un piacere ineguagliabile a farti notare, sbaglio?

La libertà va di pari passo con la felicità, a volte, è vero, la si ottiene semplicemente parlando con le persone che ti stanno più a cuore, altre volte con chi ti somiglia di più. Tra artisti è come uscire dalla solita routine quotidiana, è voler fare qualcosa a chi la dice più grossa, a chi la sa più divertente, a chi ci è già passato. Tutto senza secondi fini, senza voler essere superiori all’altro. Il migliore è sempre il più umile, non vince nessuno, solo l’amicizia e la voglia di fare pazzie. Sì mi piace farmi notare, faccio niente per passare inosservato, ma per essere esatti mi piace uscire dagli schemi, stupire!

Mettiti comodo… vengo a ucciderti! (Book Sprint Edizioni)

E’ talmente sanguinolento questo racconto che i gesti che ci appartengono ne rimangono risucchiati, ed è dura poi riconoscerli; come se in preda a un percorso interiore sì, ma improvvisamente e tremendamente spigoloso, alla fine del quale, tastando dell’angoscia lacrimosa, ti ritrovi nel bel mezzo di un Terrore di soli sensi e il Destino si rende propriamente infernale, definendo l’Essere.

Il lettore si vede costretto a sprofondare in una narrazione scrupolosa ma dalla forma nient’affatto complessa, cosicché non pesa il fatto che si dissolvano certi limiti, ovvero quelli che di solito o giocoforza poniamo alla libertà d’esprimerci.

Persisteranno null’altro che dei soggetti passivi, ulteriormente oppressi da imposizioni teoriche di certo non illuminanti, rafforzate da una verità che pulsa nella condanna a cui ci si rassegna, ossia alla consapevolezza di come si possa agire d’istinto.

La realtà si delinea esclusivamente morendo, per mezzo di una riflessione strutturata con un linguaggio semplice, calibrata per colpire quelli che credono sia opportuno viversi a vicenda, purché si abbia coraggio nell’intendere e non si vomiti tutto fuorché l’anima nel volere.

Il lettore può partecipare a qualsiasi accadimento e fermarsi a un qualsiasi punto d’approdo… purché poi si guardi bene intorno, toccando con lo sprezzo dell’immaginazione cose gravide di passione, che odorano di comprensione, risuonanti per motivazioni costanti, dando il là così a un’opera cinematografica del tutto personale, per tenere testa a una realtà contraria alla collocazione che ci siamo magari prefissati.

Il protagonista della storia da subito si è visto perso tra i rifiuti, in modo precipitoso, cioè senza averne constatato il benché minimo demerito data un’innocenza tutta ancora da plasmare, e in una cronologia degli eventi che disintegra l’attualità; trafitto da una sostanza che non si riesce a evidenziare quando si soffre fino ad agonizzare e a non credere più nel domani.

D’improvviso le sensazioni a tal sproposito si sgretolano per un moto dell’anima che non traspare in assoluto, ma che ci attira misteriosamente fino a catapultarci altrove, in un posto di urbano torpore come in un relativo periodo storico.

Per andare alla ricerca, meticolosa, di un suono, una piega, un male oscuro.

Una causa insomma che induca a comprendere ciò che siamo; in questo caso l’esistenza del protagonista, che si rivela un’intrattenibile procacciatrice di Morte, che sarebbe assurdo sottintendere, sviare.

I cadaveri in questo racconto presentano segni di una violenza inaudita ma spontanea, come se delle anime fossero state dapprima prosciugate dall’intento dell’univoco omicida, che non temeva quindi di passare in giudizio, freddo tra i suoi attimi di una follia originata da inosservate cause di litigio.

Per identificare costui bisogna fare incetta di noie ricevibili in pieno qualunquismo, non essendoci una matassa mentale da sbrogliare serenamente, e cioè che riconduca alle traversie di un normale maniaco, a una spinta ragionevole e quindi accessibile per delle comuni indagini… macché!

In silenzio, Josef Kerry china gli occhi per scrutare una leggera fuoriuscita di ciò che gli circolava nelle vene… tanto vale pretenderla nuovamente, di per sé, avvicinando la mano che n’è sporca, con un’attitudine alla contemplazione della vita contenuta in quel rosso residuale, prima d’ingurgitarlo e di provare così l’ebbrezza di un significato come pochi, alla strenua dei beni immateriali.

Chi ha visto le sue prodezze, orbene, deve ringraziare il cielo per non essere finito sotto i suoi colpi letali, assistito dal medico di turno affinché il battito cardiaco non faccia eccezioni più del dovuto.

Le forze dell’ordine nel frattempo andrebbero orchestrate perfettamente per non sentirsi precipitare, nonostante la fine sembri strisciare sulla pelle.

Dovendo affrontare un omicida occorre mettersi nei suoi panni, cogliere i suoi pensieri con un’onestà intellettuale non indifferente, per detronizzarlo ancor prima che agisca, bloccarlo inavvertitamente, non dimenticando però che spesso la sincerità ci sorprende tutti quanti.

Il contesto romanzato si sgonfia a seguito di un’inconcepibile castigo, e qualcosa d’illogico serve assolutamente per reputare legittima una rivendicazione.

Dati i rischi la minima disattenzione può rivelarsi fatale a dir poco, il divieto di sbagliare s’ingigantisce nel chiuso dell’attesa degli aiuti ufficiali, già… ma si tace così tanto da non riuscire a immaginare il lieto fine.

Guerra, superbia e inappetenza soprattutto hanno contribuito a realizzare i movimenti dell’uomo di ghiaccio, Josef Kerry, a fronte di una richiesta di condanna esemplare a suo carico d’accettare, date delle colpe inequivocabili, che sarebbe stupido se non proprio impensabile passarci sopra.

Ciò non toglie che le cause giudiziarie debbano far evolvere l’umanità aldilà del sancire il bene e il male, riattivando il Pensiero per appurare specialmente le sempre più sconcertanti digressioni dell’istinto animale, di cui Josef Kerry n’è rapito a forza di reagire come a dire “Presente!”.

Sembra impossibile riaprire il caso Kerry, sembra che il tempo si perda nell’emarginazione di un individuo che sconta la peggiore delle pene da una vita, la solitudine se non è voluta affatto, se si è senza genitori; quotidianamente subissati dal pregiudizio di coloro che hanno solo di che gestire una sorta di rassegnazione che non li riguarda.

La detenzione arreca una forma di perbenismo che in pratica si rivela come di sottomissione, stimolante il lato perennemente disumano.

L’ascolto del circondario diventa infernale, nient’altro che inopportuno… trattasi di voglie malsane, che si liberano alla ricerca di un senso d’orgoglio, disperatamente.

Il protagonista invece non contempla la differenza tra lo stare in carcere e il muoversi in libertà; in ambedue i casi la putredine morale sembra insormontabile non essendo costui in grado di provare nemmeno nostalgia per degli affetti che gli erano svaniti sul nascere, e con la curiosità bloccatasi per forza di cose.

Imprigionato nel suo aspetto fisico, e calpestato dai giorni che passano riflettendoci sopra, a Josef gli resta di fare a pugni con un’emotività che puzza di stantio, decretando così l’imprescindibilità di un senso di solitudine, respirando a pieni polmoni, a vuoto.

Il male di vivere, frammentario, gli si ripercuote anche se un vigore del tutto apparente farebbe proseliti.

E’ come se il demonio si fosse pappato un essere umano in un sol boccone, un’osservazione irrimediabile che Spazzola, forse il più saggio dei detenuti, non può tenersi per sé mirando ai resti di quest’energumeno in gabbia, su ogni singola fattezza che si sproporziona al minimo movimento… giusto il tempo d’inquadrarne gl’intenti, slegati o no dall’umore principalmente pervaso dalla logica individuale che si contrasta approfondendo la materia decadente, nonostante le fantastiche irruzioni del Pensiero, che si manifesta nell’affaticamento, quand’è più che evidente sul volto, a stravolgere la vista.

Josef se provocato allora non vede l’ora di chiarire lapidariamente ogni questione, e nessuno ha questa propensione, tanto vale azzardarci sopra.

I compagni di sventura, specie quelli stretti (e data una selezione non voluta), avrebbero di che fermare il desiderio qual è non avere a che fare con lui: un imperativo presto dimenticato se l’orgoglio di per sé prevale malamente, e il pudore va a farsi benedire a tal punto che una risata tira l’altra, quasi a non dover soccombere a una tragedia in perenne corso d’opera.

In prigione, in generale la disciplina conta, purché non si prenda la briga di predominare su esseri che hanno da scontare in fondo lo stesso destino, sancendo noiosamente la legge del più forte.

Al contrario, l’uomo di ghiaccio richiede all’istante dell’indipendenza spaziotemporale, preferendo perdersi nelle tristi convinzioni, navigandole all’impazzata.

Per il resto, si ha di che dimorare in un luogo senza vie d’uscita, in cui il respiro ti ritorna piano, come una condanna reale giacché non puoi farci niente con l’inflessibilità una volta che te la meriti.

La comunicazione tra i detenuti, rigida e sterile, evapora per deduzioni continue, circa un carattere perlomeno che non si lascia mai e poi mai deviare.

Chi se la sta passando ulteriormente male non fa tenerezza, se l’è cercata e dunque rappresenta l’ennesimo ostacolo e basta, a tutto ciò che va misurato con l’ego di Kerry semmai.

In carcere certamente emergono dei sospetti a cui occorre girarci intorno; e possibilmente senza isolarsi, dunque in complicità con gli esperti del posto, quelli che lo conoscono come le loro tasche, seppur a loro malgrado, perciò fedeli alle forme d’opportunismo che ti riaprono all’oggi o ancor meglio al futuro.

E’ fondamentale rimanere lucidi per venire un po’ considerati, continuando a persuadere il tempo o iniziando a farlo addirittura, per non agevolare l’operato crudele dei nemici, di chi falsamente vigila per il bene di una comunità di malcapitati.

La dannazione diventa lurida, oltre alla detenzione si ha di che stare alla larga da un pazzo criminale, in un attimo fuggente, che ti lascia allo scoperto, sbattendoti subito dopo in faccia il più complesso dei quesiti: vale la pena vivere?

I progetti accresciuti dal killer in questione si convertono a una spontaneità spiazzante, rasentano l’impensabile… le anime coinvolte, anche se discutibili già di per sé, tornano candide tutt’a un tratto, ignare specialmente dell’armonizzante circondario, di un contesto che non si è più in grado di caratterizzare, oramai costituito da personali ma mancati accorgimenti.

Incanalate per dubbi latenti, striscianti giustappunto per giungere a ridosso di un precipizio fatale, con visioni che si aggrovigliano a causa di un indefinito snodo caratteriale.

La dimensione globale è soggetta a un cambiamento radicale che si concretizza solo con la presenza della massa che si chiede eternamente cosa sia il domani se l’incapacità di vigilare col buonsenso viene messa a fuoco da uno spietato assassino; da un individuo abnorme che relega ogni tipo di cattiveria non da lui profetizzata alla speranza d’illuminarsi nuovamente, di misurarsi normalmente, con lo slancio emotivo.

Non si deve esagerare nel comunicare se non v’è la libertà nell’esporsi; e qualcuno in questo carcere riesce a cogliere questa massima osservando gli altri per non trasparire con tutte le proprie debolezze, fissando la desolazione di uomini che accerchiano irrimediabilmente Josef Kerry, essendo costui impossessato dal demonio che dà modo di odorare in extremis il benessere che non ci appartiene, infischiandosene in fondo, come se convinto che la possibilità d’identificare appieno un insieme di persone vada rinviata incutendo le paure che ci meritiamo, con tutta una calma che non ci riguarda.

Tra quelli che sono di casa oramai, serpeggia l’intento di riappropriarsi dell’habitat naturale, impartendo compiti e voglie, e al più presto per non generare un caos squilibrante certi poteri.

L’uomo di ghiaccio pazienta al fine di riscattarsi, con quella voglia perenne di farsi giustizia che spesso anestetizza il male di vivere, complice di quello spiraglio di luce fatto restare per tastare una solitudine pervasa dalle urla sconcertanti che scardinano delle strutture sensibilizzando involontariamente il marcio interno, subito intese, paragonabili alla fine che fa un porco… dalle urla delle sue vittime, colte sempre di sorpresa, a dispetto dei ruoli per galleggiare nel sangue umano, ovvero in un immaginario tanto allucinante quanto vomitevole, per cui di certo c’è che non si torna indietro.

I rifiuti volgono al disumano, di getto, e il lettore ha di che sfogliare un racconto, per una e più tragedie insormontabili dacché volute con un cinismo che va oltre la pena d’affrontare.

E il divieto a proposito dell’ingenuità che comunque si ripropone in modo letale, specie nei carcerati come nelle guardie, stressati dall’idea di morire, da bloccare a ogni costo, sparando su di un folle killer, a un individuo che si entusiasma inorridendo, una volta catturato.

Perché vi sono casi in cui uno scopo va focalizzato così, a pelle.

Sarebbe più giusto ucciderlo per stare in pace con se stessi, con quella follia che ti lascia immaginare un pubblico più che animato, compatto nel volere la sua morte, dalla parte del male sempre e comunque.

La fine sembra che sia a portata di mano, volgarizza senza dare adito al minimo ripensamento quando si tratta delle presunte colpe altrui; di quest’inarrestabile uomo di ghiaccio ora intento a fiutare le prigioni per scovare il suo branco di nemici che, carichi di veleno, non fanno altro che rappresentare una minaccia senza una valida ragione di fondo, con lo stesso terrore di cessare d’esistere a galvanizzarli nel contrattaccarlo, giacché il rinunciare a ciò provoca la morte, quella che ci si aspetta in cuor proprio.

Il protagonista diffida di tutti gl’individui, tanto vale assassinarli uno a uno, appena se li trova davanti… la soluzione non consiste dunque nel gesto straordinario, ma nel sacrificare una persona qualunque dandola praticamente in pasto al pluriomicida.

Leggendo la storia, in realtà l’interesse può volgere alla complementarietà emotiva, ricavabile capitolo dopo capitolo godendo alla cieca, di una fine incomparabile se ci si rivolge agli altri; come se impaginata per ingrossare l’Io senza delle attenuanti, ammorbandolo in una condizione di passività dettata da un insieme di peccati che in fondo non siamo in grado di gestire, ossessionati dal proibito che ci liquida autorevolmente.

Giuseppe Fina narra in modo dettagliato l’interezza di un qualcosa che ha dell’incredibile, incastonato nell’umana evoluzione… un miscuglio di divieti mai davvero presi in considerazione, divenuto incalcolabile per forza di eventi.

Per curare l’uomo di ghiaccio bisogna guardarsi dentro, ritrovarsi in un inferno che sa di conflitti estremizzati da figure irrinunciabili, di una morte d’accettare… in mancanza cioè di un dannato assistente, che invece si può dimostrare utile, seppur a proprie, orride spese.

La commiserazione si perde nell’ironia di un gigante che non riconosce affatto il valore dell’amicizia, lesto a fare a cazzotti contro chi vuol vivere un bel niente… quasi alla maniera di un Bud Spencer, ma di sicuro non si ride!

Ottenuto un affanno di libertà con l’annientamento degli avversari, non rimane altro che uscire dal carcere e cercare nuovi ostacoli per nutrire questa bestia racchiusa in un corpo umano.

Le forze dell’ordine, capeggiate da un tale di nome Gave Dawidson, solitamente giungono dopo, solo a registrare con lo stomaco forte delle tragedie inequivocabili, chiedendosi che senso abbia eccedere malignamente; rassegnati a soccombere al bestiale riscatto di un individuo leso, non facente quindi eccezioni tra le vite di esseri innocenti, giacché sembra che persino il demonio lo rifiuti.

Con una violenza inaudita, di univoco botto, Josef Kerry si libera di una sorte avversa, a prova d’uomo.

Ma l’ora di arrecare una fine agl’intolleranti di turno, che si sono resi sprovveduti da una vita, può incombere sul suo volto disastrandolo in un accenno di memoria… pertanto, questa storia che l’autore, Giuseppe Fina, fa scorrere cinematograficamente, s’immerge nel sangue che sentiamo latitare respirando, immaginando l’evanescenza del più classico dei misteri, quello lacerante l’umanità.

Facendo riemergere una mente da rischiarire, rinfrescare e riadattare per diventare gli artefici dell’assurdo che irrompe con spaccati di memoria che richiedono un freno a delle immagini pervase dalla follia nell’elaborare dei pensieri, in trappola perennemente.

Da un’oscura retta via d’attraversare il lettore può sentire con insistente forza l’essere umano, che vuol sollecitare qualcosa nel destino dell’uomo di ghiaccio, sottoposto ora a cure accecanti; che forse non si aspetta una scrollatura tale da rimediare una lotta col passato poiché disamorevole è l’oggetto delle attenzioni per la purezza già di per sé durissima da mantenere.

L’incantevole scatto fotografico che leggendo la storia possiamo spesso e volentieri ricreare, alimenta un cammino duro da rinnovare se non egregiamente supportati dal desiderio d’intendere persino l’emotività di Fred Barton, di chi spera dall’inizio alla fine di rimettere ordine nel pubblico sfacelo firmato da Josef Kerry, pur essendo passato di grado superiore, avendo riconosciuto a Barton una straordinaria sensibilità che deve rimanere attiva per riqualificare le debolezze del Prossimo; nonostante i sentimenti s’inaspriscono per una passione indecifrabile, relegante all’idea d’incolparsi falsamente, a cotanta umiliazione che rinforza il silenzio dovendo reagire.

La speranza va assaporata, specie in un racconto come questo, che sembra interminabile.

All’apparenza il disorientamento sovrasta il protagonista, se non fosse che istintivamente vi sarebbe da tracciare un percorso da intraprendere, per il meglio.

Josef Kerry non è altri che un ricercato, e vive una condizione non invidiata tantomeno dai senzatetto; con quella sensazione rimarcante il passato, intensa come la memoria che si sgretola, generando battaglie inusitate, che ghiacciano l’anima, che non danno il là a un accorgimento che può cambiare la vita.

Circa una mano che si può tendere più che comunemente, a chi si trova in difficoltà quotidianamente, roba da rimanere entusiasti, e stabilire appunto il buon viatico.

La signora che richiede questa mano senza la benché minima arroganza scommetterebbe sulla rilevanza di un atto qual è quello di perdonare, e fare in modo che l’umanità si riscatti in positivo… ma ci vorrebbe l’affetto dei cari, quel bene assoluto, che ti arricchisce spiritualmente, autorevolmente, per ingranare delle marce arrugginite finalmente e mirare dritto verso qualsiasi ostacolo, ma stavolta sorridendo per un cuore che batte.

L’uomo di ghiaccio da piccolo rasentava il sublime, non potevi non accarezzarlo, suscitava nient’altro che il buon umore, eppure si era provveduto ad allontanarlo dalla madre per il bene di una società che guarda in faccia a nessuno.

Viene facile sostenere l’intendimento terreno, ovvero che sia intramontabile unicamente il rapporto avente a che fare con un cordone di pelle, che lega una madre alla sua creatura.

E in effetti proprio questi si ricompone in un semplicissimo gesto di cortesia tra due figure estranee all’apparenza, che sbroglia reciprocamente l’intreccio dei sentimenti per andare oltre i cataclismi naturali e raggiungere la più forte delle emozioni, quella che sistema le conoscenze di una vita in men che non si dica; affinché la si smetta di subire delle condanne soprattutto il calcolo, come se avessimo il terrore di guardarci dentro prima di sparare giudizi a raffica.

Il racconto dunque termina, aderendo appieno all’inizio; a quando un minore si sente sprovvisto di ogni cosa riconducibile alla felicità di amare, e quindi costretto a crescere inorridendo, scatenando conflitti tra risentimenti del tutto propri in giro, e tutto a spese degli altri, dai quali Josef Kerry se ne esce trionfante solo una volta riconosciuto l’istinto materno, che lo rasserena per desiderare di ripartire, come se in precedenza fosse successo nulla.

Una presenza ottenebrante è capace di arrecare scompiglio tra i lettori imprigionati in questa storia, scegliendone uno per volgere al disumano; dovendo non scambiare la vita per la morte, in particolare quando si è prossimi alla seconda, perché risulta prepotentemente incomprensibile la dimensione a cui veniamo inculcati a un dato momento.

L’accesso principale si pone una volta lasciato dietro il malessere, successivamente ci vuol coraggio da vendere, ovvero stando in mezzo a delle persone che si devono riscoprire come tali: un concetto che Giuseppe Fina romanza, estremizza a perdifiato, invitando a una lettura esaustiva a patto che non si molli la presa di ciò che stringiamo da sempre, alla faccia di ogni politica d’attuare per sentirsi grandi.

E’ possibile dunque mutare una perdita di sensi in una sfida per migliorare, doverosa per la coscienza; e il componimento di Giuseppe Fina sottolinea ciò, ponendo in essere la parte negativa al momento di concretizzare la parziale conversione all’eterno dell’indice di mortalità, d’individuare quella sacra, e forse imparagonabile distanza che inorridisce delle dimensioni avverse, quali sono l’impossibilità di agire e la fisicità.

Il libro di Fina dà modo dunque di raffinare la ragione per sognare di nuovo spolverando ricordi, per un senso di trasporto conficcato nella risposta che dobbiamo ancora preparare in base alla stretta attualità che rabbuia quello stato emotivo di cui ci dobbiamo far carico per affrontare la morte; sapendo di piacere purché si garantisca una continuità nell’assumersi dei rischi per stare bene, per dare il buon esempio senza perdere il mordente.

Secondo l’autore la popolarità la si guadagna provando a risalire la china, e magari in una misura dantesca, a costo d’incattivire nel far succedere ogni cosa, nel corso di questo racconto capace di attrarre per incantare fino a distruggere e irrigidire nell’abbandono coloro che lo sfogliano; appassionante come un’opera cinematografica che scioglie delle vere raffigurazioni nella logica comune, invogliando il pubblico a caratterizzarsi prima e a rabbrividire poi per quell’inqualificabile pena in cui ci si richiude, appurate le nostre sacrosante fragilità.

                                                                                                                                        

La Festa di Santa Rosa a Viterbo: il libro di Gabriella Santini

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Gabriella Santini, antropologa e insegnante, autrice del libro “La festa di Santa Rosa a Viterbo – Uno sguardo antropologico”, edito da “L’Erma” nel 2012, ha intesto fornire una visione antropologica della festa di Santa Rosa, una delle principali feste religiose italiane, che si celebra a Viterbo il 3 settembre.

L'autrice, da sempre attenta alle tematiche delle tradizioni locali italiane, ha ripercorso la storia di questa santa, morta giovanissima nel XIII Secolo dopo una vita devota e attaccatissima ai valori e alle tradizioni della propria terra, in un periodo in cui infuriava la lotta fra guelfi, con il Papa, e ghibellini con l’Imperatore.

Editoria: Matteo Persica ci racconta Rino Gaetano

Rino Gaetano. Essenzialmente tu Matteo Persica Odoya Edizioni 2017 1Questo libro, nato dal meticoloso lavoro del biografo, è “un atto d’amore” nei confronti di Rino Gaetano. Come in Anna Magnani, Biografia di una donna, uno dei libri Odoya più venduti di sempre, Matteo Persica riesce a resuscitare la voce narrante del protagonista senza farsi intimorire dalle lacune: quel che Gaetano non ha detto nelle numerose interviste, lo dicono gli amici, i colleghi, le fidanzate. Le voci di Domenico "Mimì" Messina (amico dai tempi del seminario), Franco Pontecorvi (amico e road manager), Amelia Conte, Daniela (le sue partner), il produttore Giacomo Tosti, i suoi amici d'infanzia e molti, molti altri innestate sull’auto-racconto creano una trama fluida che racconta questa vita completamente.

Io leggo perché 2017: è boom di donazioni di libri

Io Leggo Perche 2017A pochi giorni dal via, è già entusiastica la risposta dei cittadini di tutta Italia alla chiamata in sostegno delle biblioteche scolastiche promossa dall’Associazione Italiana Editori(AIE) attraverso la terza edizione della campagna di donazioni di libri#ioleggoperché.  Nelle 1.774 librerie aderenti e gemellate con le 5.636 scuole iscritte (più del doppio rispetto al 2016) in questi giorni infatti genitori, nonni, studenti, insegnanti, semplici lettori generosi stanno accorrendo per donare volumi alle scuole del territorio, grazie alla grande iniziativa nazionale di promozione del libro e della lettura organizzata da AIE in collaborazione con il Ministero dell’Istruzione, dell’Università e della Ricerca (MIUR), con l’Associazione Librai Italiani (ALI), l’Associazione Italiana Biblioteche (AIB) e Libriamoci! Giornate di lettura nelle scuole, con il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri, del Ministero dei Beni e delle Attività culturali e del Turismo (MiBACT) e di RAI, sotto gli auspici del Centro per il libro e la lettura.

Un incremento delle donazioni di oltre il 50% è stato registrato in questo primo weekend di #ioleggoperché rispetto ai primi due giorni della scorso anno, un risultato straordinario che dimostra il grande slancio dell’iniziativa alla sua terza edizione. Al termine della campagna gli Editori contribuiranno donando alle scuole un monte libri totale pari a quello donato dai cittadini (fino a un massimo di 100.000 volumi), che arriverà sempre attraverso le librerie entro i primi mesi del prossimo anno.

La community di #ioleggoperché partecipa attivamente anche sui social, condividendo le iniziative di promozione della lettura che stanno avvenendo su tutto il territorio italiano e la fanbase continua a crescere su tutti i canali a ritmi vertiginosi: solo nel corso dell’ultima settimana la pagina Facebook di #ioleggoperché è arrivata a quota 71 mila persone, mentre Instagram continua a dare voce attraverso le immagini alle iniziative di scuole, librerie e messaggeri di tutta Italia; la potenza di Twitter si è manifestata soprattutto durante la conferenza stampa del 19 ottobre scorso quando l’hashtag #ioleggoperché è scattato subito ai primi posti in tendenza e su Youtube  già 66.000 persone hanno visualizzato gli oltre 50 video dei tanti testimonial 2017 caricati fino ad oggi.

Non solo, sono oltre 1.500 i Messaggeri – gli appassionati volontari a sostegno dell’iniziativa - che stanno partecipando attivamente per promuovere la campagna nelle librerie, al fianco dei librai. Per aiutarli a conteggiare e registrare i libri donati è stata predisposta un’app #ioleggoperché, scaricabile sia per sistemi iOS che Android. Sul sito ioleggoperche.it è così possibile vedere in tempo reale i titoli dei libri acquistati in tutta Italia per le biblioteche scolastiche.

#ioleggoperché è una grande festa che si svolge in tutta Italia: sulla pagina eventi della piattaformasono disponibili tutte le centinaia di iniziative dedicate alla lettura organizzate per l’occasione da librerie, scuole, gruppi di lettura, biblioteche, editori. Un vero e proprio evento diffuso fatto di 498 appuntamenti tra il 21 e il 29 ottobre, che quest’anno si arricchisce di altri 400 eventi e attività iscritte dalle scuole nelle scorse settimane, grazie all’impegno di centinaia di insegnanti motivati, per partecipare al nuovo contest #ioleggoperché: le 5 scuole che avranno organizzato le attività di promozione in libreria più creative, originali ed efficaci  saranno premiate con 5 buoni del valore di 2000 euro per l’acquisto di libri in libreria.  In questi stessi giorni e in sinergia con #ioleggoperché si svolge inoltre nelle scuole di tutta Italia Libriamoci: fra reading e maratone, incontri speciali e flash mob, si aggireranno nelle scuole quasi 200 lettori speciali per le letture ad alta voce.

Oggi e domani inoltre il mondo del calcio sostiene attivamente #ioleggoperché. Oltre alla Lega B con i suoi numerosi calciatori testimonial, l’iniziativa raggiunge in fatti direttamente i campi di calcio: la decima giornata di campionato Serie A TIM 2017/2018 (24 e 25 ottobre) ospiterà in campo gli striscioni di #ioleggoperché, sui maxischermi sarà trasmesso un video promozionale, e i capitani e gli arbitri faranno il loro ingresso con un libro che doneranno, dopo averlo autografato, ai bambini che li accompagneranno sul terreno di gioco.  

#ioleggoperché 2017 è un progetto di AIE, con il patrocinio della Presidenza del Consiglio dei Ministri, del Ministero dei Beni e Attività culturali e del Turismo e della Rai, sotto gli auspici del Centro per il Libro e la Lettura e in collaborazione con Ministero dell’Istruzione, Università e Ricerca, Associazione Librai Italiani- Confcommercio Imprese per l’Italia, Associazione Italiana Biblioteche e Libriamoci! Giornate di lettura nelle scuole.

GRANDE SUCCESSO ALLA PRESENTAZIONE DI MARIA RIZZI DEL ROMANZO DI MARIA LOMBARDI FINIRA’ QUESTO SILENZIO

locandina evento Maria Rizzi

Maria Rizzi, sociologa, scrittrice di spicco nel genere noir, poetessa dall’animo profondo e sensibile organizzatrice di eventi culturali, giurata in importanti premi letterari a livello internazionale come Abano Terme,  ieri pomeriggio 14 maggio insieme ad Odette Orlando e Loredana D’Alfonso ha condotto nell’ambito della programmazione di eventi dell’IPLAC la serata dedicata alla presentazione del romanzo di Maria Lombardi “Finirà questo silenzio” edito d Cartacanta.

La serata si è tenuta presso l’Enoteca Letteraria Quattro Fontane 130 a Roma dove un nutrito pubblico di lettori, addetti alla cultura e non solo, hanno seguito con attenzione l’interessante presentazione di questo esordio letterario della giornalista del Messaggero Maria Lombardi che con disinvoltura e precisione non ha esitato a rispondere alle domande dei presenti affascinati dall’argomento trattato legato all’universo famigliare e ai possibili problemi derivanti da verità non dette che in esso si nascondono. A creare un’atmosfera intensa e anche commovente le letture di Loredana D’Alfonzo che ha interpretato alcuni passi del romanzo dando risalto alle emozioni dei personaggi.

Il cippo funerario del guerriero etrusco Larth e il suo corredo funebre visibili in un’unica mostra a Orvieto

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Fino al 17 settembre sarà possibile vedere il cippo funerario del guerriero etrusco Larth Cupures, insieme al suo corredo funerario, rinvenuto nella necropoli etrusca di Crocifisso del Tufo, vicino Orvieto.

I reperti sono custoditi nel Museo Faina e nel Museo archeologico nazionale di Orvieto, per la prima volta sarà possibile vederli insieme, in un unico percorso museale curato dai rispettivi direttori, la dr.ssa Luana Cenciaroli e il dr. Giuseppe della Fina.

Nel 1880 Riccardo Mancini, mentre eseguiva degli scavi in un terreno di sua proprietà, rinvenne la tomba di Larth, un guerriero etrusco, e una testa in pietra che lo raffigurava, nonché numerosi corredi funerari dell’epoca, il VI Secolo a.C.

La scultura, costituita da una testa con elmetto riportante un’iscrizione con il nome del personaggio, è visibile presso il Museo archeologico nazionale, diversamente dai vasi ittici, conservati presso il Museo Faina.

Assieme ai reperti è possibile vedere due riproduzioni tridimensionali realizzate dagli studenti del Liceo Artistico, una stele frammentaria e un cippo a testa di guerriero.

Tutti i reperti sono visibili dalle ore 9,30 alle 18,00. L’indirizzo del Museo Faina è Piazza del Duomo, 29 ad Orvieto.

Il pugile nero messo ko dal razzismo Una storia nascosta per oltre 80 anni

Foto Il pugile nero messo ko dal razzismo Cristina Simiele 2

In occasione della Giornata mondiale contro il razzismo, il 21 Marzo è uscito nelle sale, il docu-film di Tony Saccucci: ‘Il pugile del Duce, prodotto e distribuito dall’Istituto Luce. Una storia misconosciuta e straordinaria, in cui convivono epica dello sport, fascino della caccia negli archivi, ingiustizia, e una rivincita postuma. Un racconto per tutti, avvincente e, come l'arte che mostra, nobile. Il docu-film racconta la storia incredibile, sepolta e riscoperta dalla polvere degli archivi, di Leone Jacovacci: un pugile tecnicamente perfetto, agile, intelligente e potente

Barbarah Guglielmana & Anna Venturini…

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Barbarah Guglielmana nasce a Chiavenna agli inizi degli anni ’70.

Medico di pronto soccorso, volontario sanitario di Emergency, impegnata nel tema della violenza di genere, fa riferimento al movimento culturale del Sottovento in quel di Pavia.

Scrive e pubblica poesie.

Anna Venturini nasce a Pavia alla fine degli anni ’70.

Educatrice di nido, promotrice di laboratori di fotografia per bambini e di letture illustrate, ha frequentato il Bauer di Milano, ideatrice del progetto fotografico The New York Benches.

Benvenute! Ma… quale tipo di umiliazione stiamo facendo passare come se nulla fosse?

L’ingiustizia. (Barbarah)

Abbiamo l’assoluto bisogno di staccare da cosa?

Da nulla. Al contrario, possiamo interrogarci sulle motivazioni che ci spingono a staccarci da qualcosa che esiste nel proprio “mondo”. Che cos’è questo “bisogno” di staccarsi? Che cosa ci sta dietro? Ecco, questo ci interessa di più. (Anna)

Risolvendoci da soli viene meno la capacità di puntare in alto come in basso?

No, assolutamente. Non sempre occorre uno strizzacervelli o una sostanza sintetica. (Barbarah)

Molte cose si dimenticano perché sono intrasmissibili?

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