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Arte e Cultura

Arte e Cultura (247)

Il 2 dicembre l’inaugurazione del Museo dell’Agro Veientano a Formello

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Dopo tanti anni di lavoro, a partire da una sede provvisoria nel 1992, il 2 dicembre apre al pubblico il “Museo dell’Agro Veientano”, che racchiude, nella prestigiosa sede di Palazzo Chigi a Formello, una serie di reperti archeologici reperiti nella campagne di Formello fino ad alcuni luoghi situati nel XV Municipio di Roma.

I reperti, custoditi nelle 4 sale del piano nobile del palazzo, sono suddivisi in modo da ripercorrere tutte le fasi della vita del territorio di Veio, dall’età del bronzo all’età del ferro, fino alla presa della città da parte dei Romani nel 396 a.C., da cui parte l’epoca romana, e anche oltre.

L’inaugurazione avverrà in 2 giornate, il 2 e 3 dicembre, e presenterà degli aspetti innovativi rispetto alla normale staticità degli allestimenti museali. Le sale, infatti, saranno predisposte in modo da coinvolgere il visitatore, attraverso esperienze interattive sonore e visive. Ad esempio, nella la Stanza dei Trofei, le teste, gli animali e le statue della stipe votiva del Santuario di Campetti, si illumineranno e racconteranno la propria storia, suscitando interesse e, forse, anche un po’ di stupore.

Il 2 dicembre alle ore 10,00 saranno presenti il Soprintendente per i Beni Archeologici dell’Etruria Meridionale, Alfonsina Russo Tagliente e altri archeologi, ed esponenti della Regione Lazio e del Comune di Roma, mentre il giorno successivo alle ore 17,00 il pubblico potrà assistere alla rappresentazione teatrale “Che spettacolo! Il Museo si anima”, nel corso del quale gli attori rappresenteranno varie fasi della storia di questa importante città dell’antichità.

Il consiglio agli editori: “L’amore e la cioccolata”, di Sandra Romanelli

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Amando, ti circondi di quell’umanità da surriscaldare, viene fuori un moto dell’anima che si spiega da sé, resistente al crollo dei valori, ossia un abbraccio, per ricominciare daccapo a esistere, da perfetti ingenui.

Per esempio, in una ragazza di nome Milena, stava maturando una certezza, qual è quella di non significare una necessità per gli altri, da intensificare volontariamente.

Una necessità in realtà del tutto privata, tanto da suscitare forme d’autolesionismo.

D’altronde se le cortesie non si ricevono di frequente allora sopravvaluti il soggetto che casualmente te le ricorda, e specie nella personale consumazione di una bevanda squisita, dolce, ma che scotta; girata e rigirata riflettendo su di un’esperienza passata, con la goffaggine a sminuire la persona che incorpori in primis, e successivamente le relazioni sociali.

Milena aveva bisogno d’accorgersi del suo vuoto per aspirare di nuovo alla volontà di centrare delle illusioni e realizzarle, trasferendosi in un posto lontano dalle sue radici; pregando per il suo bene disatteso specie dai genitori che addirittura sentivano d’essersi tolti un peso che ogni giorno li assillava.

“Il viaggio di ritorno”, di Andrea Tirelli (Del Poggio Ed.)

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Scrutare degli esseri umani cercando di raffigurare le improprie esperienze, con la determinazione nel compiere un atto volontario calibrando la parola a seconda di cosa si sente in giro e in contemporanea all’ambizione che fermenta in sé… ebbene per Marco le persone si diversificano, si complicano, anche trasparendo scherzosamente, ma ancora onestamente, perché in qualcosa bisogna credere, consci di un’entità innalzatasi non per disintegrare il bene terreno con della sorda autorevolezza, bensì mettendo in pratica una carità immensa.

In questo romanzo s’è in grado d’intuire luci sia sferzanti che tenere, quelle tipiche delle località meridionali, grazie a Marco appunto, che non smarrisce affatto il candore e la passionalità caratterizzanti un popolo orgoglioso delle sue radici, nonostante quest’uomo si sia reso forte con spiccata ragionevolezza nel corso della vita, essendo uno stimatissimo dottore che alla fine della giostra, in amore, non può fare a meno della sua metà, di nome Valeria, ossia di una persona al passo coi tempi (pure troppo), dai ritmi che possono lasciare senza respiro… eppure protesa alla solidarietà.

Profondo rosso, un capolavoro del cinema italiano

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Non è per caso che l’attore protagonista di “Blow up” di Michelangelo Antonioni sia lo stesso di “Profondo rosso” di Dario Argento: David Hemmings. Nell’uno, come nell’altro caso, la cifra e la chiave di lettura sono le medesime: la ricerca di un particolare, di un qualcosa che era sfuggito, che poi non è il cadavere di “Blow up”, né il volto dell’assassino di “Profondo rosso”, ma la vita stessa, l’attimo, il presente, un piccolo puntino luminoso che cammina davanti a noi e, nel momento in cui crediamo di averlo colto, è già fuggito via. E qui c’è tutto il Parmenide del terzo anno di liceo: “l’essere è, il non essere non è”, il paradosso di Zenone, l’illusione di fermare il tempo e di raggiungere la tartaruga che crediamo più lenta, ma che invece ci beffa sempre. “Tutto scorre”, il tempo fluisce indipendentemente da noi, che facendoci tante domande lo sprechiamo alla ricerca di quel particolare che sfugge, e che ride di noi da dietro uno specchio. Due grandi maestri del cinema che hanno saputo darci tante emozioni, e che ci rimarranno sempre impressi.

Giuseppe Calendi…

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Nato a San Benedetto del Tronto il 6 gennaio del ‘66, sposato con due figli, lavora come operatore socio/sanitario presso una Comunità Socio Educativa Riabilitativa.

Ha partecipato ad alcuni concorsi letterari ottenendo un riconoscimento speciale alla VII edizione del premio letterario in onore di Alda Merini, svoltasi nel 2014 a San Benedetto, con il racconto “Estate 93”; e un attestato di merito alla III edizione del premio di Narrativa, Teatro e Poesia “Il buon riso fa buon sangue”, tenutasi grazie all’ass. culturale e teatrale “Luce dell’Arte”, con il racconto “Aula 17”.

Ha all’attivo anche alcune poesie, oltre che altri brevi racconti di cui due in forma di “saggio romanzato”, nati dalla sua passione per le Scienze Naturali e dedicati al tema dell’evoluzionismo; uno è “Il discepolo di Darwin”, che compare anche nel numero 29 della collana Racconti curata dalla Casa Editrice Pagine.

Con il racconto “Il Dio dell’inverno”, ha da poco ottenuto una segnalazione di merito al settimo concorso letterario “Città di Grottammare”, organizzato dall’ass. “Pelasgo 968”.

Tutti i racconti sopracitati fanno parte, insieme ad altri, della raccolta “Introspezioni” appena autopubblicata.

Benvenuto Giuseppe…! Durante una giornata di 24h quand’è piacevole incontrarti?

Diciamo… al crepuscolo, quando, come si evoca nel racconto “Estate ’93”, giungono le ombre della sera e il protagonista non vede l’ora che arrivi al più presto il buio. Forse è il momento migliore per… l’ispirazione.

“E luce fu” e “Un salto nel buio” di Cristina Sbarra

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Lo scorso 19 agosto, presso la sala consiliare del Comune di Bagnone, in provincia di Massa, a cura di Francesca Guastalli, direttrice del Museo Archivio della Memoria e con letture di Monica Armaretti, si è tenuta la presentazione di due libri di Cristina Sbarra, “E luce fu” e “un salto nel blu”, tutti e due editi da Piazza Editore e in vendita a 10 euro ciascuno.

L’autrice, laureata in fisica e docente di fisica, lo scorso anno ha scritto anche altre due raccolte di racconti intitolati “La mia fortuna” e “Amore di guerra”, dimostrando inaspettate dote di scrittrice di racconti avvincenti e significativi, che spaziano dalla vita di tutti i giorni alla fantascienza.

In “E luce fu” si narra di un gesto, un fatto a prima vista accidentale, una parola, uno sguardo, quando ci appare quello che ci illumina, ci rende la vita migliore: la nostra verità, quello che stavamo cercando e che, nel migliore dei casi, è la verità. I personaggi di questi racconti trovano la luce che li riscalda, verso cui dirigersi. Dalla crescita sociale, culturale e spirituale di una studentessa che deve affrontare la tesi di laurea, alla prima esperienza olimpica di una giovane paratleta; dalla evoluzione politica del sistema democratico di un futuro quarto millennio, alla luce che può accompagnare il nostro ultimo respiro.

In “un salto nel blu” il protagonista prova a camminare su un nuovo sentiero, col cuore palpitante, pieno di speranza. Si crede che sia la strada più giusta, ma è solo il nostro intuito, il più delle volte, a guidarci. I racconti evidenziano questo salto nel blu. Dalla scienza alla fantascienza, dalla vita di tutti i giorni alla malattia mentale che può inghiottire come un buco nero. Il mistero di un caso di morte apparentemente accidentale, che ha come sfondo il mare. Il mistero di un nuovo viaggio fuori del pianeta Terra, che ha come destinazione la Luna. Il mistero dell’amore, fino all’ultimo anelito di speranza.

L’area Ansaldo di Milano, da acciaieria a centro culturale

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L’Ansaldo nasce a Sampierdarena, un quartiere di Genova, nel lontano 1853, e diviene subito azienda di riferimento per la produzione di un mezzo di trasporto destinato a rivoluzionare la storia dell’umanità: il treno. La società, la cui nascita è voluta dall’allora governo sabaudo, conosce varie fasi di espansione e arriva a contare 80.000 dipendenti e un capitale di 500.000.000 nel 1918.

Uno degli stabilimenti storici dell’Ansaldo era quello di Milano, situato all’interno del quadrilatero costituito dalle vie Savona, Tortona, Bergognone e Stendhal. In realtà l’area, allora periferica, ora situata all’interno della città, fin dal 1904 era occupata da impianti industriali per la produzione di apparecchiature elettromeccaniche, e attraverso successivi accorpamenti ed espansioni è divenuta di proprietà dell’Ansaldo solo nel 1966.

La storica industria, protagonista dell’industrializzazione italiana, nel corso dei decenni ha prodotto anche navi, tra cui ammiraglie della flotta mercantile italiana come Leonardo da Vinci e Andrea Doria, e anche aerei.

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Sogno di una magica notte di mezz’estate: tra sacro e profano, magia e tradizione

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Carica di magia e presagi, quella di San Giovanni (23 giugno) è la notte che decide i destini dell’intero anno solare: pratiche divinatorie, lavacri di purificazione, falò rituali, raccolta notturna di rugiada ed erbe benefiche (iperico, agnocasto, lavanda, artemisia, verbena, ruta, ribes,rosmarino).

L’ipotesi più probabile è che il Cristianesimo integrò all’interno della propria liturgia le due feste pagane (del 24 giugno e del 25 dicembre) rievocative del solstizio estivo e invernale e che, in epoca romana, con i nomi di Fors fortuna e Sol invictus, erano state parte integrante della religione del Sole. 

Le credenze legate a questa ricorrenza sono numerose. La più antica narra che in questa magica notte, una trave di fuoco attraversi il cielo e su di essa ci siano Erodiade e la figlia Salomè, che aveva ottenuto da Erode, su un piatto d’argento, la testa di San Giovanni Battista. Disperate vagherebbero nel cielo gridando: “Mamma perché me lo chiedesti! Figlia perché l’hai fatto”. A tale leggenda è riconducibile il divieto di fare in questa data il bagno a mare.

All’alba, anche nel sole ci sarebbe qualcosa d’oscuro: i più anziani raccontano che il 24 giugno la sfera sia più luminosa del solito e sembra quasi che a delimitarne il contorno ci sia un cerchio di fuoco che gira instancabilmente per qualche ora. Chi, tra le ragazze da marito, riuscirà a vedervi la testa di San Giovanni decapitato, si sposerà entro l’anno.

Il Precursore è anche conosciuto come il protettore delle innamorate. Diffusa in tutta Italia, la divinazione delle nubili attraverso il sistema delle tre fave. Le giovani, devono mettere tre fave sotto il cuscino, avendo cura di mischiarle prima di addormentarsi. Il mattino seguente ne scelgono una a caso, sperando di pescare quella con la buccia, che annuncia ricchezza.  Nel caso di una fava sbucciata a metà, dovranno accontentarsi di una posizione sociale intermedia. Meglio cambiare marito, se la preferenza ricade su quella senza buccia.

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IL VIAGGIO CON LEI

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Lo scorso 11 giugno, la Galleria Morsi D’Arte, con la collaborazione de l'Associazione "Il Sorriso di Gianluca", ha presentato "Il Viaggio con Lei", seconda tappa di un ciclo di mostre collettive itineranti a cura di Ylenia Fraioli.

“Il Viaggio con Lei” è il racconto di un percorso, quello di Veronica De Carolis, alla quale all’età di ventisei anni viene diagnosticato il linfoma di Hodgkin.Un tempo denominato malattia di Hodgkin o morbo di Hodgkin, questo è un particolare tipo di linfoma (neoplasia della linea linfoide caratterizzato da una massa tumorale distinta) descritto per la prima volta da Thomas Hodgkin nel 1832.

Il progetto fotografico nasce, nello specifico, dall’esigenza di raccontare una reazione, quella di una ragazza, una donna, di fronte alla scoperta di un qualcosa di inaspettato, ma non solo. Estato chiesto agli artisti di raccontare le fasi di questo “viaggio” che Veronica ha affrontato con Lei, la malattia, dal momento della scoperta ad oggi.

I lavori presentati in mostra, realizzati da fotografi professionisti e non, sono caratterizzati da differenze stilistiche, percettive ed empatiche nel rappresentare il temaproposto. Ogni artista ha trascorso del tempo con Veronica in modo individuale, per poter al meglio raccontare emozioni, sensazioni e stati d’animo, indagando la propria sensibilità e traducendola in opera attraverso il medium della macchina fotografica.

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