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Andrea, storia di una passione italiana coltivata all'estero

Roma Capitale Magazine si occupa di un problema tutto italiano, quello della fuga dei giovani all’estero in cerca di lavoro. E lo facciamo attraverso la storia di Andrea Di Paolo, ragazzo della periferia Romana, nato nel 1989, che ha lasciato il proprio paese per coltivare la sua passione per la cucina e per la pizza in Inghilterra.

Benvenuto Andrea.

Grazie, è un piacere essere qui.

Come nasce la sua passione per la pizza?

A me è sempre piaciuto il mondo dell’arte e tutto quello che è artistico. Quindi, mettiamola così: puoi essere artista in diversi modi, in diverse maniere. Questo è un modo per esprimere, penso, anche le proprie capacità. Ogni cosa si esprime al massimo sempre se fatta con passione.

Questa sua passione per un prodotto tipicamente italiano è mai riuscito a portarla avanti in Italia?

Beh, in Italia ci sono tante sfide. Bisogna considerare diversi fattori. Ad esempio, a volte, non basta solo la passione. Uno se vuole vivere di quello che fa, deve avere un certo ritorno, un certo guadagno, altrimenti diventa un po’ difficile, sia coltivarlo sia perfezionarlo, ma soprattutto vivere. Quindi costruirsi una vita e un proprio futuro, non solo a livello lavorativo. L’ho portata avanti fino a quando ho deciso di fare una scelta, che è stata quella di viaggiare, iniziare a girare un po’ il mondo e vedere quello che offriva.

Quali sono stati i maggiori impedimenti che l’hanno spinta ad abbandonare il suo paese per andare a scoprire cosa le poteva offrire il mondo?

Sicuramente l’avvio di una propria partita IVA, avere degli sgravi fiscali che permettano di assumere personale e di costruire un team, per avere una squadra e per portare avanti un progetto. Difficoltà di accedere a finanziamenti bancari anche nelle migliori condizioni possibili per quanto riguarda garanzie e quant’altro. Diciamo anche la tassazione, che si fa veramente pesante. Quindi si viene costretti a entrare in più società con più soci e a giocare un po’ sui compromessi e sulle proprie visioni.

Quanto tempo ha impiegato, una volta in Inghilterra, a trovare l’occasione giusta per aprire la sua attività o per lavorare almeno come dipendente?

L’occasione si è posta direttamente dall’Italia, tramite giri di conoscenze. Sono stato contattato direttamente per fare da training e da insegnante presso strutture qui in UK (United Kingdom, ndr).

Che considerazione c’è nel Regno Unito del lavoratore italiano e quanto è richiesta la manodopera, l’esperienza dei ragazzi italiani?

Essere italiani è un punto a favore. Sicuramente siamo tra i migliori artigiani al mondo per quanto riguarda il food e non solo. Quindi la manodopera è molto richiesta ed è molto ben visto il lavoro del pizzachef. All’interno del contesto lavorativo è una figura altamente professionale e viene retribuita ovviamente per la professionalità che vale.

A proposito dell’aspetto economico, il rapporto tra il costo della vita e la retribuzione è adeguato in Inghilterra?

Il costo della vita è rapportato al salario. Se vivi nel centro città, come in tutte le città del mondo, ovviamente avrai costi più alti. Ma se ti sposti leggermente verso città un po’ più piccole, riesci a vivere bene. Il rapporto salario-costo della vita è ben rapportato.

Come funziona l’assunzione di un lavoratore straniero in Inghilterra? La burocrazia inglese è così lenta e macchinosa come quella italiana o è più veloce?

La burocrazia è molto più semplice, quasi non esiste. La tassazione è molto bassa. L’iter per l’assunzione avviene fondamentalmente tramite applicazioni, tramite smartphone. Poi vieni contattato per delle interview (colloqui di lavoro, ndr) che solitamente prevedono un giorno di prova. Dopodiché c’è l’assunzione.

In molti pensano che quando si va a lavorare all’estero un problema possa essere quello dell’ambientamento, specie per la lingua diversa. Lei ha avuto difficoltà a proposito?

Assolutamente no. È una questione di volontà, ma soprattutto di sistema. Se entri in un sistema che funziona, in un modo o nell’altro, riesci a superare anche la barriera linguistica. Poi dobbiamo anche ricordare che l’inglese è una lingua abbastanza facile di per se.

Consiglierebbe la sua stessa scelta di lavorare all’estero ad altri giovani italiani che qui trovano difficoltà nell’essere assunti?

Sì, assolutamente sì, perché è un’esperienza formativa che, comunque sia, arricchisce molto. Ti fa vivere anche diverse realtà e ti fa comprendere il ruolo che hanno gli italiani nel mondo.

Che consiglio si sente di dare ai nostri politici per evitare che altri giovani italiani fuggano all’estero per cercare lavoro?

Di puntare sui giovani, dargli maggior spazio di espressione, anche a livello creativo, e accelerare tutte le pratiche burocratiche, perché l’Italia è piena di ragazzi veramente validi che potrebbero dare tanto a casa loro.

Pensa un giorno di poter tornare in Italia?

Al momento sto valutando il fatto anche di poter tornare in Italia, se trovo una realtà che può interessarmi…perché no. Nulla è definitivo.

Ringraziamo per la disponibilità Andrea Di Paolo.

 

Audio dell'intervista ad Andrea Di Paolo

 

 

Ultima modifica ilGiovedì, 12 Aprile 2018 20:07

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