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Caos Edilizia Agevolata, la doppia beffa subita dalla signora Scarabotti

Roma Capitale Magazine continua ad approfondire la questione della compravendita di case in Edilizia Agevolata nella Capitale e del caso sociale creatosi a seguito della sentenza della Corte di Cassazione a Sezioni Unite del settembre 2015. Per farlo, siamo in compagnia della signora Mara Scarabotti, vittima di questa paradossale situazione.

Benvenuta Mara.
Salve a tutti.

Ci può riassumere la sua vicenda?
Dunque, io ho acquistato una casa in edilizia convenzionata, in diritto di superficie, a libero mercato, ovvero l’ho acquistata da un privato cittadino e, dopo circa sette anni dal mio acquisto, nel 2008, rivendo la casa sempre ad un acquirente privato e sempre all’allora prezzo di mercato. Dopo quasi dieci anni, mi vedo recapitare una lettera in cui il mio acquirente mi chiede indietro la differenza tra il prezzo a cui io ho venduto la casa ed un ipotetico prezzo calmierato al quale la casa doveva essere venduta.

Quindi lei non era a conoscenza dell’esistenza di un prezzo massimo di cessione per il suo alloggio?
No. Lo scopro solo in quel momento che avrebbe dovuto essere venduta a quel prezzo. Un prezzo che non posso riconoscere. Per altro non essendo prima assegnataria di quell’immobile non ne avevo la più pallida idea.

In che modo è riuscita a comprendere quello che stava succedendo?
Purtroppo, questa richiesta, che sembra assurda inizialmente, scopro avere una sorta di fondatezza sulla base della sentenza 18135 del 2015, una sentenza che è stata il risultato di un discorso iniziato con una legge del 2011. Le ripeto queste date perché entrambe sono successive alla mia vendita. Questa sentenza stabilisce che le case dovevano essere vendute ad un prezzo vincolato, perché con la legge del 2011 era stato introdotto l’istituto dell’affrancazione, ovvero la necessità di svincolare queste case per poterle vendere al mercato, pagando questo importo al Comune attraverso l’affrancazione. Ripeto, questo istituto nasce nel 2011. Pertanto io nel 2008 non avevo in alcun modo la possibilità di conoscere questo vincolo. Ribadisco che tutte le trattative sono state fatte in trasparenza, davanti ai notai e in pieno rispetto delle regole di cui tutti eravamo a conoscenza nello stesso modo, tant’è che le banche erogavano i mutui sulla base del valore riconosciuto come valore di mercato di quell’immobile.

Lei si è resa disponibile a trovare una soluzione mediante il pagamento delle spese di affrancazione?
Nonostante lo sconcerto iniziale, dato che ritenevo ingiusto anche questo, proprio perché era un qualcosa che non esisteva e di cui non riuscivo a capacitarmi, non essendo abituati a soffrire questo tipo di tensioni, a stare all’idea di un giudizio, noi proprio nella lettera iniziale di risposta alla citazione, nella prima lettera all’acquirente, abbiamo subito offerto l’affrancazione, proprio per poter uscire dal guado, ma non perché lo ritenessi giusto, lo voglio ribadire. Però non c’è stato punto d’incontro, è arrivata subito la citazione in giudizio. Poi ci è arrivata una richiesta di mediazione non formale, attraverso una telefonata, però con delle cifre cui non era pensabile per noi mediare. Quindi, di conseguenza, la citazione in giudizio è andata avanti e affronteremo la causa ora, purtroppo.

Come ci si sente, dal punto di vista morale, ad affrontare un processo che in realtà ha altri colpevoli?
Questo per me è il punto più dolente, perché la cosa che non riesco a far capire ai miei amici, che poi mi dicono che ce la faremo e troveremo una soluzione, è quanto sia difficile superare questo senso di violazione, di cattiveria gratuita e di lesione della propria dignità, soprattutto se sei una che ha sempre rispettato le regole, che ha sempre cercato di vivere in un certo modo, di insegnare certi messaggi ai propri figli. Già la violenza della lettera stessa, che tutti mi dicevano fosse standard e di stare tranquilla, non ci ha fatto dormire la notte. Poi razionalizzi che davvero tu non potevi fare niente. Io ricordo ancora le mie richieste allora. Quando ho acquistato questa casa, siccome era in diritto di superficie, io faccio un altro lavoro non l’avvocato, ho parlato con notai e avvocati e ho chiesto: “Siamo sicuri? È tutto apposto?” ricevendo rassicurazioni. Io penso che ci sia stato tutto un sistema che si è mosso in un certo modo e che ora scopriamo essere un modo sbagliato, ma che era evidentemente in buona fede, perché non voglio pensare che tutti quanti si siano mossi per truffare me.

Cosa vorrebbe dire ai giudici che si occupano di queste sentenze?
Credo che ci sia il dovere morale dei giudici di tenere conto di una giustizia che dev’essere sostanziale, e non meramente, formale. C’è stato solo un giudice che, in qualche modo, ha emesso una sentenza, un’ordinanza, che da un certo punto di vista stabilisce una sorta di equità, anche se sono comunque un sacco di soldi, perché condanna il venditore al pagamento dell’affrancazione e delle spese, che sono comunque tanti soldi, ma in qualche modo stoppa questa richiesta del differenziale di prezzo, che è inumana. Dobbiamo pensare che tante famiglie, da quella vendita, hanno acquistato una prima casa, hanno preso degli impegni che non avrebbero mai preso se avessero saputo come stavano realmente le cose. Dobbiamo chiedere ai giudici di fare uno sforzo e di metterci un po’ di cuore anche nella loro attività, perché io penso che chiunque, dotato di buon senso, riesca a capire che la situazione così sta degenerando. Io non voglio mettere acquirente contro venditore, questo non mi piace perché non tutti i casi sono probabilmente sono degenerati in una lite giudiziaria. Anche gli acquirenti, poi, hanno un danno da questo caos, perché al momento le case non affrancate non possono essere vendute al mercato. Le procedure di affrancazione sono lente, ci sono le lungaggini del Comune. Ma non è possibile che noi cittadini siamo abbandonati.

Quindi anche la politica è coinvolta in questo caos e dovrebbe dare risposte?
Esatto. Al di là del giudice, anche la politica stessa…Io dico, il Comune ha stipulato le convenzioni ed ha generato una prassi che è andata avanti decenni. Il Comune, dopo una certa data, rilasciava dei nullaosta a vendere. Ora il Comune che fa? Ho letto delle dichiarazioni, proprio raccolte dalla vostra testata, dell’Assessore Luca Montuori, che dice che sono contratti tra privati. Cioè sta facendo Ponzio Pilato. Ragazzi, questa è una follia. Non è il Comune? Sarà la politica. Ci deve essere qualcuno che intervenga.

So che lei fa parte di un comitato venditori…
Alcune famiglie, non tutte ovviamente, si sono riunite in un comitato venditori, con l’idea che l’unione faccia la forza e per condividere un po’ quest’ansia, perché è davvero difficile da digerire. Io lì ho conosciuto storie e persone che non mi dimenticherò con facilità, perché ci sono anche bambini che hanno capito e che chiedono ai genitori: “Oddio, ma quindi adesso ci tolgono la casa?”, persone anziane che devono chiedere l’anticipo del TFR per chiudere delle transazioni..

Pertanto la transazione potrebbe essere alterata per qualsiasi motivo?
Qua c’è un punto delicato, perché hanno lasciato completamente ai privati la gestione di questa problematica. Quindi si cerca la transazione. Peccato che la transazione sia viziata dalla paura psicologica, ossia io venditore, che vado a chiudere una transazione ora, quando non ho una certezza di diritto, quando so che magari il giudice mi condannerà, chiaramente ho paura. Non io personalmente, perché ho paura ma sinceramente me ne frego, perché non lo accetto. Io intendo il venditore medio, che si trova a chiudere una transazione, che non è una transazione serena, ma con l’ansia, con l’angoscia che ti porta a fare delle scelte viziate. Non è giusto e non è possibile.

Cosa pensa della mediazione come soluzione al problema?
Quando sento gli avvocati, che spesso intervistate e che invitano sempre a chiudere con delle mediazioni, la fanno facile. Andatela a fare voi una mediazione con una persona dall’altra parte che, in qualche modo, ha il coltello dalla parte del manico. Come puoi pensare che sia una mediazione su basi di equità.

Ammesso che non fosse caduta in prescrizione la cosa e alla luce della sua esperienza, avrebbe fatto richiesta a sua volta del differenziale di prezzo al venditore?
Adesso diranno che è facile rispondere quello che le sto rispondendo, dato che sono decorsi dieci anni. La risposta è no. Le dico anche che, nonostante ci siano degli avvocati che ti dicono che non è detto, perché l’imperatività della norma e altre cose dette nel loro gergo legalese, non mi sono proprio informata. Sono sincera, ho anche pensato di dire al mio venditore di aiutarmi nel risolvere questa cosa, ma mai nella mia testa mi sfiora l’idea di chiedergli il differenziale di prezzo. Ma perché dovrei? Io quando ho comprato quella casa l’ho fatto ad un prezzo che mi stava bene. Ho visto la casa e tutto. È chiaro che se c’era un vincolo di qualche tipo che mi è stato nascosto, non mi è stato nascosto da lui, perché è stato trasparente. Io non mi sento di aver avuto una trattativa viziata dalla malafede del mio venditore. Quello che posso dire è che se veramente il problema c’era, allora perché i notai non l’hanno evidenziato. Poi questa richiesta del delta prezzo la trovo veramente folle, soprattutto quando si ha uno strumento, comunque impegnativo, ma che consente di liberare un bene e tu non me lo chiedi, ma mi chiedi il differenziale di prezzo per poi, eventualmente, liberarti la casa e rivendertela al mercato con i tuoi tempi. Io continuo a vederci qualcosa che non mi torna, una speculazione che viene legalizzata, al contrario però.

Che consiglio si sente di dare alle numerose famiglie coinvolte in storie come la sua, sia come venditori che acquirenti, e a tutti gli addetti che lavorano per trovare una soluzione efficace?
La prima cosa che mi sento di dire è di pensare che siamo tutti sulla stessa barca. Tutti quanti beffati, in qualche modo, dal sistema ed è inutile cercare nel venditore il capro espiatorio, cercare di farsi la lotta gli uni con gli altri. Forse sarebbe stato utile unire gli intenti e farsi veramente sentire con le istituzioni, col Comune in primis per quanto mi riguarda. Per chi, invece, si trova oggi a fare la richiesta dell’indebito, io chiedo sempre di fare una riflessione su quello che si sta facendo, sulla famiglia che si trova dall’altra parte. Cercare veramente di provare ad immedesimarsi. Poi penso che nella vita ognuno ha la propria etica e non mi sento di dire che la mia è superiore a quella di un altro. Poi per carità, ognuno agisce secondo quella che è la propria morale. Purtroppo non sono nella condizione di dare consigli, ne avere delle indicazioni. Quello che posso dire al venditore che si vede ricevere questa richiesta è di provare ad unirsi al Comitato Venditori, che per me è stato utile perché è un supporto, un lavorare insieme per provare ad elaborare insieme delle soluzioni e per avere un minimo di eco mediatica in più. Più che altro l’appello lo faccio a chi il potere ce lo ha in mano e che ci ha abbandonato, che cerchi di trovare una soluzione e di far tornare un po’ di serenità nelle famiglie, perché così non va bene, è inumano. Io dico sempre che un paese senza certezza del diritto è un paese in cui non vale la pena vivere. Per la prima volta, sinceramente, penso che forse non è il paese giusto per le mie figlie. Infine, un appello va fatto anche a tanti avvocati, perché all’idea di tanti professionisti che operano per aiutarci a trovare una soluzione, io ho riscontrato anche che ci sono tanti avvocati che hanno tratto un volume d’affari notevolissimo da questa questione e che sinceramente non hanno nessun interesse a far sì che la questione si chiuda e, quindi, in qualche modo fomentano anche le diatribe. Forse anche a loro rivolgerei un minimo di appello a guardare la sostanza delle cose e non soltanto al proprio tornaconto. Il volume d’affari intorno a questa vicenda sta diventando impressionante.

Ringraziamo la signora Scarabotti per la sua disponibilità, con l’augurio che si risolva al meglio e al più presto la sua situazione.

Ultima modifica ilLunedì, 25 Giugno 2018 10:25

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