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Edilizia Agevolata a Roma, la paradossale storia di Paola

Roma Capitale Magazine torna ad occuparsi del caos creatosi a seguito della sentenza a Sezioni Unite della Corte di Cassazione del settembre 2015, in materia di Edilizia Agevolata.
Dopo aver dato più volte la parola agli esperti, è giunto il momento di dare spazio a chi vive in prima persona questa situazione paradossale.
Iniziamo con una lettera che ci è arrivata in redazione da parte di una signora, che per motivi di privacy chiameremo con un nome di fantasia.
Paola è una delle migliaia di persone costrette a dover risarcire l’acquirente della sua casa costruita in edilizia agevolata, dopo aver ricevuto il beneplacito del Comune di Roma a venderla a prezzo di libero mercato, come testimoniato dall’atto che lei stessa ci ha inviato e che allegheremo, privo di dati sensibili, al termine della lettera. Ecco la sua drammatica testimonianza.
La mia è una piccola storia, ma dietro di me ci sono altre mille storie simili. Le istituzioni devono prendere coscienza e si devono prendere la responsabilità di aver creato una situazione “folle”. Lo Stato, il Comune di Roma, i notai, devono tutti aver ben presente che hanno fornito una pistola e devono sapere che c’è chi l’ha presa in mano e ha iniziato a sparare.
Nel 1998 acquistai un appartamento “su carta”, ovvero un appartamento che si doveva ancora costruire.
Nel 2000 vi andai ad abitare, era il primo palazzo “finito”, gli altri erano ancora tutti in costruzione. Non c’era la luce dei lampioni nelle strade, anzi non c'erano proprio i lampioni, non c’era nessun tipo di servizio, non c’erano negozi e neanche un mezzo pubblico che vi arrivasse. Piano piano il quartiere si è popolato e ora vanta negozi, autobus, banche, chiesa, posta, supermercati, parco bimbi, pista ciclabile. Insomma, tutto.
Muore il mio compagno, io mi opero di tumore, tutti i sogni si spengono e dopo anni di "stordimento" decido di mettere in vendita il nostro appartamento, di darmi una nuova possibilità.
Sapendo che tale abitazione era stata comprata in regime di edilizia agevolata, soggetta a convenzione comunale, prima di venderla ho chiesto al Comune di Roma come mi sarei dovuta comportare e il Comune mi ha risposto che, passati i cinque anni dall’acquisto, potevo venderla al prezzo libero di mercato.
Così nel 2013, trovato l’acquirente, provvedo ad effettuare la vendita dell’immobile, fornendo tutta la documentazione necessaria e tramite rogito redatto da un notaio di fiducia del compratore.
Nel 2015 una sentenza di cassazione a camere riunite afferma che gli appartamenti soggetti a convenzione non si potevano vendere a prezzo libero di mercato, così che tutti gli atti di compravendita sono considerati parzialmente nulli e che l’acquirente può rivalersi sul venditore chiedendo la differenza di prezzo.
Io, all’oscuro di tutto, mi vedo recapitare qualche mese fa una lettera da uno studio legale dove mi viene comunicato che colui che ha comprato il mio appartamento mi richiede la differenza tra il prezzo a cui potevo venderlo secondo la convenzione comunale e l’effettivo prezzo al quale l’ho venduto. Una differenza pari a 200.000 euro. Non solo, inoltre mi sento chiamare speculatrice, truffatrice, menzoniera. Mi sono sentita morire.
Il Comune di Roma e i notai, entrambi i soli responsabili, si defilano dalla contesa e anzi, il Comune ci guadagnerà milioni di euro con le cosiddette “affrancazioni”.
Nonostante sia ben cosciente di non avere colpe, mi rendo disponibile con il compratore a farmi carico dell’affrancazione richiesta dal Comune per svincolare il prezzo di mercato, così che poi l’acquirente possa a sua volta rivenderlo al prezzo che crede, ma questo non si accontenta, per addivenire ad un accordo e non andare in causa mi chiede 80.000 euro.
Con i soldi ricavati dalla vendita ho ricomprato una piccola casa in un'altra zona e l'ho ristrutturata, non ho altre proprietà, non ho altro.
Mi sento sotto ricatto, forti di una legge impazzita le persone intravedono la possibilità di approfittarsi di innocenti che hanno la sola colpa di aver agito nella legalità ed esclusivamente indotti nell’errore dalle istituzioni.
Siamo vittime di uno Stato folle e di un sistema inumano dove addirittura c’è, da parte degli avvocati, una corsa all’accaparramento degli acquirenti, promettendogli facili guadagni (mettendo anche volantini nelle buche delle lettere).
Nella mia situazione si trovano tantissime famiglie. Famiglie rovinate che subiscono un “furto legalizzato” da parte dei nuovi acquirenti che, non accontentandosi del pagamento dell’affrancazione, vogliono la differenza di prezzo che può variare dai 200.000 ai 350.000 euro. In seguito poi gli stessi appartamenti una volta affrancati possono essere rivenduti a prezzo di mercato.
Io ancora mi chiedo dove ho sbagliato, che altro potevo fare, che strumenti avevo per informarmi? Sapendo la situazione, avrei potuto fare scelte diverse, non vendere o pagare l'affrancazione che però nel 2013 nessuno sapeva esistesse.
E ora? Ora vivo nella paura di dovermi rivendere la casa dove abito, c'è il nulla intorno a me, ferma, immobile ad aspettare un destino di catastrofe che mi trova sola ed innocente. Andare in causa (che ad oggi mi vedrebbe sicuramente perdente) o cedere al ricatto? Comunque, oltre all’immenso danno economico, rimarrà sempre la rabbia e l’amarezza per aver subito una grande ingiustizia.
Siamo soli e senza voce, se lo Stato non si renderà presto conto della follia che stiamo vivendo e non si applicherà per trovare urgentemente una soluzione giusta, saremo destinati alla morte sociale.
Grazie lo stesso, Paola.
Questa la lettera inviatale dal Comune, dopo aver chiesto se potesse o no vendere il proprio appartamento a prezzo di libero mercato o meno.
Una storia che non ha bisogno di ulteriori commenti.
Noi continueremo a vigilare e a dare voce a queste persone, per evitare che, a causa di una cattiva comunicazione da parte delle istituzioni, possano ripetersi casi del genere.
Ringraziamo Paola per la sua testimonianza.
Ultima modifica ilMartedì, 19 Giugno 2018 23:57

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