Sillabe e poetica... come regolarsi?

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Cari amici, mi sto appassionando alla poesia dialettale e immodestamente sto cercando di mettere in versi i miei pensieri.

Sto frequentando vari siti internet che accolgono poeti e poesie.

Nella mia discreta ignoranza, sto cercando di carpire attraverso la lettura, i segreti di una buona poesia.

Per me, ci sono due grossi problemi nel comporre: come conteggiare le sillabe di un verso e quale forma poetica adottare.

Mi potete dare qualche consiglio?

Grazie, Raffaella.

Cara Raffaella,

 

non sono mai abbastanza felice di sapere che qualcuno scriva poesie!

Cerco di rispondere ai tuoi quesiti.

Comincio dall’ultimo: la forma poetica.

La poesia, a seconda che rispetti certi schemi, può essere strutturata con forme diverse: ode, canto, sonetto ecc. dove la metrica e il numero e la struttura dei versi ne determinano le caratteristiche.

Ho letto che vuoi scrivere in romanesco: secondo me, la forma più adatta a contenere rime dialettali è il sonetto.

Il sonetto è stato codificato nel XIII secolo da Jacopo da Lentini, uno dei maggiori poeti del periodo  caratterizzato dalla Scuola Siciliana di Federico II.

Il sonetto è composto di 14 versi formati da versi endecasillabi (11 sillabe) e diviso in una prima parte chiamata “fronte” e una seconda chiamata “sirma”.

Le due parti sono composte da: due quartine la prima e due terzine la seconda.

Le quartine sono costituite da 4 versi ciascuna, rimati tra loro a due a due. Le rime devono essere le stesse per entrambe le quartine.

Il modo di accoppiare le rime è soggettivo e possono essere usati schemi diversi,  ecco qualche esempio:

A
B
B
A
A
B
B
A
C
D
C
D
C
D
Ma anche: ABAB BABA CDC EDE
Oppure: ABBA BAAB CDC EDE
Oppure: ABBA ABBA CCC DDD
O anche: ABAB ABAB CDE CDE
…e via componendo.

Se il problema è quello di individuare le sillabe giuste, cerchiamo di capire: il verso poetico è basato sulle sillabe in cui si può dividere quel verso. Es. “Forza Roma” è formato da 4 sillabe. “Còre de Roma” è un quinario (cinque sillabe). “Me batte er còre quanno canto l’inno” è un endecasillabo. (dividiamo: me-bat-teer-cò-re-quan-no-can-to-l’in-no). Indubbiamente la musicalità di un verso fatto da undici sillabe non ha confronti con altri tipi di metrica (la metrica è quella faccenda che regola i versi poetici).

Non so se hai notato, nel sillabare il verso, ho unito due vocali a formare una sola sillaba (batte er còre= bat-teer-cò-re), vuol dire che quelle due vocali fanno “sinalefe”: senza parole difficili, si uniscono a formare una sola sillaba. Di questa “unione” devi sempre tenere conto, perché, se nella poesia in italiano questa unione è “facoltativa”, in romanesco è obbligatoria. Quando una parola finisce per vocale e quella successiva inizia per vocale, quindi, devi considerare un’unica sillaba. Uno dei sistemi per verificare l’esattezza del verso endecasillabo è un “trucco” tutto romanesco: provare a “cantare” il verso. Sì. Proprio cantare: la “base” musicale è l’aria delle strofe alla “Sor Capanna” che avrai sentito cantare in varie versioni. Si tratta di una cosa molto semplice da fare e dal sicuro effetto: se il tuo verso “entra” perfettamente nella musica, vuol dire che non ci sono errori di metrica. Prova: “Sen-ti-te che ve can-taer Sor-Ca-pan-na” e adatta le tue parole. Riesci a cantare precisamente il tuo verso? Allora si tratta di un endecasillabo. Se non “entra” bene nella musica, no.                                            
Spero di essere stato chiaro e di averti aiutato: scrivi, scrivi, scrivi!

Ultima modifica ilVenerdì, 05 Settembre 2014 12:26

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