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updated 10:17 AM CET, Mar 20, 2019

Come si andrà lontano? Sapendo bene di mangiare sano!

stock-illustration-20921796-vegetables-italian-mediterraneanRiuscire a individuare un patrimonio d’inespugnabili valori non è mica facile, bisognerebbe che i popoli si movimentassero in sincronia, eppure v’è l’Unesco che s’impegna dalla fine della seconda guerra mondiale affinché tutto ciò possa divenire realtà, seguendo,

perché no, anche uno stile di vita che si può intraprendere grazie alla cosiddetta dieta mediterranea, nonostante essa possa rivelarsi paradossalmente inesistente in quanto una definitiva unicità non è mai persistita.

 

Andando nello specifico, di diete che si possono catalogare come mediterranee, infatti, ce ne sono diverse, non essendoci un’identità culturale, perché ci siamo sì adattati nel modo migliore possibile all’ambiente, ma molto lentamente, e trascinati prevalentemente nella storia umana da due civiltà: quella classica, caratterizzata dalla permanenza in un certo territorio e quindi dallo sfruttamento di una data risorsa programmandone lo sviluppo; e quella barbarica, ottenuta per mezzo del continuo spostamento delle popolazioni celtiche a esempio, per via dell’esigenza alimentare, che si accampavano più o meno ovunque spontaneamente, instaurando la cosiddetta cultura “del porco.

La civiltà classica non è altri che la correlazione tra quella ateniese, greca e romana, che puntavano sulla diffusione di elementi primari quali sono l’albero dell’ulivo, il grano e la vite; la consacrazione di quest’ultimi si ebbe grazie all’impero romano che ampliò le coltivazioni e i commerci mediante un ineccepibile sistema di trasporto, con l’olio, in particolare, che assunse una funzionalità sorprendente… difatti esso può ritenersi un vero e proprio combustibile, come a testimoniare addirittura che eravamo la prima centrale elettrica d’Europa!

Alla caduta dell’impero si verificò un principio di svolta, ossia che la civiltà classica si toccò con quella barbarica, con la seconda che rimase però radicata nei paesi periferici, che necessitarono di culture di sostentamento, attraverso una risorsa come lo è la segale per la produzione del pane duro, quindi di un grano più scarso di qualità, e non potendo fregiarsi di una cultura forte per tutelarsi si cominciò a utilizzare il maiale come fonte di grasso, servendosi quindi dei boschi per i primi allevamenti, mentre la cultura mediterranea, grazie al monachesimo, cominciò a consolidarsi nel nord Europa, con la virtù cristiana che divenne ben presto popolare.

Prima della seconda guerra mondiale un umanista, Keys, incuriosito da un viaggio esclusivamente tracciato dai pesci, percorse il mar Mediterraneo, e, passando l’isola di Creta e il Nord Africa, approdò in Sicilia per decidere poi di stabilirsi, come rapito letteralmente dalla buona salute che traspiravano i mediterranei, convincendosi che la loro mentalità andava a ogni costo divulgata, tanto da indurre il senato americano all’inizio degli anni ’60 a istituire una commissione per lo studio di 7 posti sulla Terra, deducendo una volta messi a confronto che 4 di questi, guarda caso mediterranei, erano in stragrande percentuale protetti dal rischio d’infarto, e risaltando la seguente ammissione: v’è quantomeno un regime alimentare che protegge la salute per abitudini che corrispondono alla diffusione dell’ulivo!

Con produzioni a km 0 e a seconda della stagionalità, per niente elaborati con notevole influenza dei grassi, e per forte parte proteica.

E’ appurato che l’oliva protegge soprattutto dall’Alzheimer, facendo calare di peso intere popolazioni, mediamente tra i 2 e i 5 kg in pochissimo tempo, come anello di congiunzione per una dieta a base di frutta secca (se si consumassero più mandorle che noci sarebbe ancor meglio, visto che 30grammi delle prime, possibilmente pugliesi e non soggette a un processo di coltivazione che ne riduce l’essenza, hanno il potere di 5 antibiotici!), vegetali, legumi e cereali.

A bando la carne (soprattutto quella rossa) quindi, almeno che si aspiri a tornare a consumarla una tantum, tipo una volta al mese.

Secoli fa la carne brillava per portate immense e astutamente frugate dalla cosiddetta plebaglia, che entravano e uscivano dai luoghi di corte come un fatto rituale, in occasione dei festeggiamenti per un matrimonio tra principi; ebbene gli storici hanno calcolato che un pranzo di quel genere poteva durare ininterrottamente per 18 anni!

L’oliva è per antonomasia l’unico grasso aggiunto, non essendoci cibi che contengono concretamente sia zuccheri che grassi; va ribadito alla strenua del buon vivere che essa è indispensabile per la cura delle malattie, che la migliore è quella che ha origine dalle piante di Corato, nel barese, perché producendo più sostanze ossidanti si tutelano dalle durissime sferzate balcaniche, ma che è ancora in generale gravemente sottovalutata per le diete, specie per quelle orientali, che peccano per la scarsa varietà di verdure aldilà del quantitativo che è comunque talmente eccessivo da non sortire il benché minimo grasso e né carboidrati, con l’intestino che così a lungo andare si rimpicciolisce per sviluppare il cervello però immettendo cellulosa tale da far cominciare processi d’infiammazione nell’organismo.

Va detto che è preferibile mangiare la verdura selvatica (ricordatevi ovviamente di sciacquarla!); essendo ricca di acidi grassi, in funzione di un raro agente estraniante e soprattutto in dotazione di omega3 esattamente come il pesce, la si può tranquillamente utilizzare come ingrediente principale per ricette di cucina che contengano magari i legumi al posto della carne, badando pur sempre alle piccole quantità.

Con l’applicazione del piano Marshall è stato prontamente diffuso l’utilizzo della carne, senza contare che oggigiorno in America i bambini a rischio di obesità sono preda di una presa in giro come poche, da parte di dietologi che li diminuiscono “di una volta al mese” la dose di tale alimento!

Non avvertendoli oltretutto che occorre pensarci due volte quando si ha a che fare con formaggi tipo la ricotta, derivante nient’altro che dagli scarti relativi alla produzione del formaggio stesso, e sfatando il mito della mozzarella o degli yogurt, capaci di contenere grassi vegetali che ti ostruiscono le arterie bloccando il colesterolo per poi produrre trigliceridi che a loro volta inducono le cellule a produrre sostanze infiammabili.

Tanto vale tuffarsi nella frutta secca (consci che con 5 porzioni a settimana di 40grammi v’è la riduzione delle malattie più disparate, con un’azione 100 volte più positiva di un farmaco qualsiasi), e assicurarsi in periodi di festa come questo che il panettone artigianale sia stato impastato con burro e farina naturali.

V’è un altro studio che ha fatto storia, di Nyon (chiamato così per rievocare la città francese come sede del trattamento ufficiale), da cui è risultato che la dieta mediterranea nel suo aspetto generico diminuisce per il 70% il tasso di mortalità (basti pensare che con 250 di tasso di colesterolo nel nord Europa stai pur certo che si muore d’infarto, tutt’altra cosa che nel Mediterraneo…), roba da crederci tanto d’adottarla come cura centrale per le malattie, com’è già accaduto in un ospedale del Veneto, scansando un’onda anomala d’investimenti sui farmaci d’altro canto senza poterli testare adeguatamente, pari a 900milioni di euro in Italia, cioè della stessa “portata”di una manovra economica! 

Serve assolutamente una mappa del mondo per confini culturali, noi saremmo definiti come la repubblica dell’olivo (altro che delle banane!), ridistribuiti in base a una fratellanza agricolo/culturale già evidenziata da esponenti illustri come Platone (l’artefice della nascita della politica e conseguentemente della democrazia), Omero, Dante, Enea etc etc .

Dobbiamo riscoprire tutto ciò, “non potendo fare a meno se vogliamo sopravvivere” come diceva un certo Einstein circa le risorse terrene da risparmiare (sapendo quasi certamente che 1kg di carne equivale al consumo di 1000litri d’acqua), tutelando l’ambiente come una chance irrinunciabile per i nostri figli.

A riprova di ciò v’è un marchio come la Barilla, ad affermare che “dieta e ambiente sono i veri, futuri industriali”, purché lo sfruttamento industriale si concili con la sostenibilità mentale.

Vedi i diabetici, che dovrebbero divorare portate di pasta & rape avendo memorizzato che “100grammi di carne sono uguali a 14grammi di proteine”, ma manca l’informazione costante in tal senso, una carenza inestimabile che comporta l’alimentazione da spazzatura (le famose merendine mordi & fuggi), quando invece la scienza dell’alimentazione dovrebbe essere insegnata obbligatoriamente nelle scuole, e confermata da dottori non drogati d’interesse economico dalle multinazionali supportate per giunta sempre politicamente, essendo a corrente del fatto che se ai diabetici togli la pasta essi guariscono presto ma muoiono in età precoce; o che per tutti la frutta è un bene accessorio, da mangiare correttamente altrimenti produce un danno al fegato; oppure che l’olio di oliva, l’unico ricavabile da un frutto, per friggere degli alimenti (a piccole quantità) deve attestarsi a una temperatura costante di 140°; non esistendo alimenti che da soli ti proteggano da 1012 specie diverse di batteri che s’impadroniscono dei grassi nell’organismo umano!

Ma innanzitutto serve una lista per un excursus storico, che ancora non c’è nel mondo, tale da poter stabilire la tipicità di ogni territorio per il mantenimento del proprio patrimonio culturale, il ché comporta quell’agognata costanza nel consumo dei prodotti alimentari (che tra l’altro, se si vuol realizzare una dieta mediterranea, vanno rapportati a un prezzo accettabile) per rendere propositivo ogni farmaco.

Ultima modifica ilDomenica, 17 Agosto 2014 14:50

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