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updated 11:42 AM CET, Feb 19, 2019

Perché lo psicologo fa paura?

psicologia 1Ammettere le proprie debolezze e le proprie fragilità non è facile. Ancora oggi, nonostante la psicologia si sia più o meno definitivamente liberata di quel marchio di scienza dei matti, lo psicologo è spesso l'ultimo specialista al quale ci si rivolge in caso di malessere. Riconoscere un problema, ammettere una sofferenza psichica o emotiva è già un passo importante verso la sua risoluzione, ma la vera difficoltà sta nel chiedere aiuto ed è qui che lo psicologo finisce negli ultimi posti dell'elenco delle persone a cui generalmente ci si rivolge.

Non capita di rado che durante il primo incontro di consultazione psicologica, le persone parlino delle richieste di aiuto effettuate in precedenza e si evidenzia una netta preponderanza di visite mediche, anche specialistiche.

Succede che durante questo primo incontro inizino a parlare del loro peregrinare tra i vari specialisti, finché non hanno maturato in loro stessi la possibilità di rivolgersi ad uno psicologo. E anche qui, sono passate settimane, se non addirittura mesi, prima di trovare il coraggio di farlo.

La domanda del secolo ora è: perché è così difficile chiedere aiuto psicologico a uno psicologo?

Le risposte sono tante, ma faremo una sintesi. Uno tra i primi motivi è che è più facile dire di non averne bisogno che ammettere che da soli non sempre ce la si può fare. Non dimentichiamo la vergogna per aver fallito, per dover ammettere a se stessi e agli altri di avere un problema. Non è raro che alcune persone, una volta presa consapevolezza della necessità di rivolgersi a uno psicologo, ci vadano di nascosto.

Inoltre le persone non sono sempre disposte a fidarsi di un estraneo e sperano ancora che il migliore amico di sempre possa dargli una mano. Un amico va certamente bene per consolare, e fornire una spalla su cui piangere al momento del bisogno, ma non dispone di strategie, tecniche e stili comunicativi che il professionista ha acquisito con lo studio e il lavoro sul campo e soprattutto è importante tenere a mente che il rapporto con lo psicologo è scevro dai fattori emotivi tipici dell'amicizia.

Ancora, è più facile andare dal medico di base che ci conosce da anni e che può prescrivere una  pillolina magica che per qualche tempo terrà a bada il malessere e non ci costringerà a lavorare sul livello di ingestibilità a cui è giunta la nostra vita e per un po' il senso di fallimento verrà messo da parte. L'idea di poter cancellare il problema in tempi brevi assumendo una medicina è di per sé certamente allettante.

Ultimo, ma non meno importante: benché siamo nel 2013 molte persone sono ancora frenate da pregiudizi e stereotipi sulla funzione e l'utilità di questo tipo di intervento. Credere di essere etichettati come "malati" o "pazzi" è un forte deterrente.

Possiamo però rassicurare chiunque avesse ancora dei dubbi e asserire con ragionevole certezza che chi va dallo psicologo non è "matto", anzi, ha fatto un passo importante verso la risoluzione dei suoi problemi. Per onestà dobbiamo però anche dire che non sempre la strada migliore è "cancellare" i problemi, ma è auspicabile imparare a conviverci gestendoli in una maniera più sana. I percorsi psicologici/psicoterapeutici non rappresentano una forma di dipendenza (come quella che si può istaurare tramite l'assunzione di alcuni farmaci), ma la costruzione di una relazione significativa nella quale sviluppare e rafforzare i propri strumenti per affrontare autonomamente le difficoltà.

Lo psicologo deve essere una figura di riferimento con la quale stabilire un rapporto empatico e non giudicante, basato sulla fiducia reciproca, che aiuta le persone ad attivare le proprie risorse interiori per risolvere i problemi o cerca di svilupparne altre e nel caso questo non sia possibile, le aiuta ad accettare le cose che non si possono cambiare.

Ultima modifica ilDomenica, 17 Agosto 2014 15:27

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