logorcb

updated 8:46 PM CET, Nov 10, 2019

Federico Aldrovandi: Ferrara una città indignata

aldrovandiIl 27 marzo a Ferrara si è svolta l’ennesima manifestazione organizzata dal sindacato di Polizia Coisp a sostegno dei loro colleghi condannati per l'omicidio di Federico Aldrovandi, ma questa volta si è scatenato il putiferio.

I fatti: il 18enne Federico Aldrovandi fu ucciso il 25 settembre 2005 dalle forze dell’ordine nei pressi del galoppatoio di Ferrara, ma solo dopo quattro anni si è riusciti a fare chiarezza sulle circostanze della morte e a comminare una condanna ai colpevoli. La cosa non è piaciuta a una parte della Polizia.

Ricostruiamo gli avvenimenti: le forze dell’ordine avevano imputato la causa del decesso del giovane a un “malore fatale”, ma lo zio di Federico, Franco, l’infermiere che per primo tra i familiari vide il corpo del giovane all’obitorio, capì che la verità era ben diversa. Federico aveva il volto sfigurato, sangue alla bocca ed ecchimosi all’occhio destro. Analisi più approfondite inoltre rivelarono la presenza di due ferite lacero-contuse dietro la testa, dello schiacciamento dello scroto e di due lividi da compressione sul collo.

Federico Aldrovandi: Ferrara una città indignata

aldrovandiIl 27 marzo a Ferrara si è svolta l’ennesima manifestazione organizzata dal sindacato di Polizia Coisp a sostegno dei loro colleghi condannati per l'omicidio di Federico Aldrovandi, ma questa volta si è scatenato il putiferio.

I fatti: il 18enne Federico Aldrovandi fu ucciso il 25 settembre 2005 dalle forze dell’ordine nei pressi del galoppatoio di Ferrara, ma solo dopo quattro anni si è riusciti a fare chiarezza sulle circostanze della morte e a comminare una condanna ai colpevoli. La cosa non è piaciuta a una parte della Polizia.

Ricostruiamo gli avvenimenti: le forze dell’ordine avevano imputato la causa del decesso del giovane a un “malore fatale”, ma lo zio di Federico, Franco, l’infermiere che per primo tra i familiari vide il corpo del giovane all’obitorio, capì che la verità era ben diversa. Federico aveva il volto sfigurato, sangue alla bocca ed ecchimosi all’occhio destro. Analisi più approfondite inoltre rivelarono la presenza di due ferite lacero-contuse dietro la testa, dello schiacciamento dello scroto e di due lividi da compressione sul collo.

Non potendo reggere la tesi della difesa, del malessere causato dalla droga, le autorità affermarono che il ragazzo aveva aggredito i poliziotti. Dopo sei mesi dalla morte, il 15 marzo 2006, la procura di Ferrara, decise di iscrivere nel registro degli indagati, per reato di omicidio preterintenzionale, i quattro agenti della polizia.  Si intuisce che potrebbe esserci stato un depistaggio per difendere le forze dell’ordine, e i poliziotti protagonisti del reato, per avvalorare la loro tesi, avevano descritto Federico come un drogato e un violento.

Inizialmente i poliziotti si avvalsero della facoltà di non rispondere, per parlare solo due anni più tardi, durante la fase dibattimentale in aula.

A cambiare le carte in tavola era arrivata la testimonianza-chiave di un’immigrata irregolare che aveva assistito alla scena dalla finestra di casa.

La donna disse che, mentre un agente faceva avanti e indietro con il telefono, “ … gli altri lo tengono immobile e lo pestano in tre. Uno è sul torace, uno sulle ginocchia, la poliziotta lo tiene per le caviglie. La pressione aumenta fino a quando sono quasi stesi su di lui”.  Poi- aggiunge la donna- “Uno di essi continua a schiacciare e a scalciare, lì dove c’è la testa di Federico”.

Per questi fatti, oltre al processo per ”eccesso colposo nell’omicidio colposo”, c’è stato anche un Aldrovandi bis, nel quale la procura ha indagato sulle omissioni avvenute durante l’inchiesta e su come altri agenti avessero coperto i colleghi poliziotti.

Ecco le perplessità espresse: come mai il pm di turno non è andato a fare un sopralluogo sulla scena del decesso? Come mai non è stata sequestrata l’automobile su cui, si sarebbe ferito Federico, in preda al delirio?  Come mai non sono stati sequestrati i manganelli e come mai il nastro con le comunicazioni fra il 113 e la pattuglia è stato messo a disposizione della Procura dopo molto tempo?

Torniamo adesso ai fatti recenti:

Il 27 marzo, a Ferrara, un corteo organizzato dal sindacato di Polizia Coisp, si è spinto sotto le finestre dell’ufficio di Patrizia Moretti, madre di Federico. Come se non bastasse, qualche giorno dopo, i sindacalisti hanno chiesto le dimissioni del Ministro dell’Interno Anna Maria Cancellieri, affermando: “è ora che vada a casa”, contestandole le critiche che sia lei, sia i rappresentanti delle istituzioni, inclusi Camera e Senato, hanno rivolto agli organizzatori del corteo.

Insomma, la solidarietà del Senato, invece di far riflettere gli aderenti al sindacato, ha innescato una reazione a catena ancora più dura. Ecco cosa si legge nella nota “ Oggi si grida allo scandalo e si dà addosso al Coisp perché abbiamo fatto notare che i colleghi condannati per colpa e solo per colpa non dovrebbero stare in carcere considerato che è la stessa Legge a stabilirlo”.

Il sindacalista Franco Maccari ha dichiarato “Rispediamo ai vari mittenti tutte le accuse ingiuste, infondate e strumentali rivolte ieri a gente che svolge il proprio lavoro e tiene fede al proprio ruolo”. Per l’omicidio sono stati condannati a tre anni e sei mesi ciascuno, quattro poliziotti: Enzo Pontani, Monica Segatto, Paolo Forlani e Luca Pollastri. La Cancellieri ha risposto che si tratta di “Parole in libertà”- e che -“bisogna lavorare perché le mele marce vadano via, ma la polizia è un corpo sano”. Il Ministro ha inoltre inviato un ispettore per accertare eventuali responsabilità da parte di chi ha autorizzato la manifestazione, contro cui il Viminale potrebbe prendere seri provvedimenti.

Patrizia Moretti è intervenuta al corteo esibendo l’immagine di Federico in obitorio, sfigurato dalle percosse. Ha poi postato sul suo profilo Facebook: “ Il segretario del Coisp, Franco Maccari è arrivato a sostenere che la foto del viso martoriato di mio figlio sarebbe addirittura un fotomontaggio. Mi piacerebbe tanto che lo fosse, ma purtroppo non è così”.

Maccari, minacciato di querela dalla Moretti, si è difeso: “ Sono stati i giornali a stravolgere il senso della nostra presenza in piazza, una presenza pacifica e silenziosa senza megafoni o volantini”.

Certo non avrebbero avuto motivo di manifestare in maniera non pacifica, dopo i fatti di sangue che hanno visto protagonisti quattro uomini che dovrebbero tutelare i cittadini, uomini in divisa che tra l’altro sono stati puniti con una condanna esigua in confronto alla gravità dei fatti commessi.

Oggi alle 18:00 si terrà a Ferrara un sit-in di solidarietà con la famiglia Aldrovandi, senza bandiere e striscioni. Prenderanno parte all’evento il Pd e l'Arci, mentre gli attivisti di Anonymous hanno oscurato i siti del Coisp.

Sel ha presentato un’interrogazione parlamentare affinché non si verifichino mai più episodi del genere né a Ferrara, né altrove.

Per dovere di cronaca ricostruiamo la vicenda, estrapolando un passo di “Quando lo Stato uccide”. Di Tommaso della Longa e Alessia Lai-Castelvecchi editore.

“Sono le 5,47 del 25 settembre 2005. Una telefonata arriva alla sala operativa del 113: nei pressi dell’Ippodromo ci sarebbe un ragazzo che, forse, cammina in modo strano e schiamazza o canta. I poliziotti racconteranno successivamente che “farneticava”. Pochi minuti dopo arrivano sul posto due volanti della polizia. Alle 6,15 arriva l’ambulanza che trova Federico steso a terra a faccia in giù, con le manette ai polsi, davanti al cancello del galoppatoio. I tentativi di rianimarlo sono inutili. Federico è morto, per arresto cardiorespiratorio e trauma cranico-facciale. La strada viene subito bloccata. Lo rimarrà per più di cinque ore . Nel quartiere si sparge la voce che è morto un albanese, o forse un drogato. O un drogato albanese. Intanto nessuno pensa a chiamare la famiglia di Federico. Alle 8 del mattino la mamma si sveglia e si accorge che il letto del figlio è vuoto. Si preoccupa. Il cellulare di Federico squilla e lo schermo s’illumina con la parola “mamma”. Nessuno risponde. Pochi minuti dopo è la volta del padre che cerca di mettersi in contatto col ragazzo. Sul telefonino appare il nome “Lino”. Risponde una voce anonima. ”Ha imperiosamente chiesto chi fosse al telefono” - racconta la mamma di Federico sul blog- "e chiesto di descrivere Federico. Poi si è qualificato come agente di polizia e alle nostre domande ha risposto che avevano trovato il cellulare su una panchina dalle parti dell’ippodromo e che stavano facendo accertamenti. E ha riattaccato”. Ma a quell’ora la polizia già sapeva qual era stato il destino di Federico. Immediatamente i genitori del ragazzo contattano la Questura, cercano anche un amico che ci lavora. Nulla di fatto. Il tempo passa e nessuno si preoccupa di far sapere qualcosa alla famiglia Aldrovandi. Il fratello Stefano prende la bicicletta alla ricerca di Federico. Non lo trova. La polizia arriva solo verso le 11 del mattino a casa Aldrovandi, dopo la rimozione di Federico dalla strada. “il suo corpo-racconta mamma Patrizia-è rimasto sulla strada dalle 6 alle 11. E non mi hanno chiamata. Era mio figlio. Nessuno ha il diritto di tenere una mamma lontana da suo figlio”. 

Fonti: la Rinascita- "Quando lo stato uccide" Longa/Lai

Sottoscrivi questo feed RSS

Roma

Massimo Lo Monaco
Editore CEO IT
Manuela Rella
Direttore Responsabile
Emiliano Frattaroli
Direttore Editoriale
Alessandro Ranieri
Giornalista
Silvana Lazzarino
Giornalista
Lorenzo Sambucci
Collaboratore
Vincenzo Calò
Collaboratore