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updated 6:32 PM CET, Jan 21, 2020

SENZA TRACCIA: Tutti in “campo” per ricordare Roberto Straccia

images 5Chi non ricorda la tragica storia di questo ragazzo 24enne, residente in un paesino in provincia di Fermo, uscito da casa il 14 dicembre 2011 intorno alle 15 per fare jogging e mai più tornato.

I genitori riceveranno una telefonata il 7 gennaio 2012, ma non quella che speravano. I carabinieri avviseranno del ritrovamento del suo cadavere.

Iniziano così le indagini sulla morte di Roberto Straccia che, secondo la Procura di Pescara è un suicidio. Troppe però sono le cose che non quadrano, la famiglia vuole la verità, brama giustizia e comincia una battaglia legale.

La famiglia Straccia presenta opposizione: per loro Roberto è stato ucciso.8468 120688614805983 1060140095 n

E’ trascorso più di 1 anno dalla morte di suo fratello Roberto e soltanto grazie al nuovo medico legale, da voi citato, sono state rinvenute alcune ecchimosi alla schiena e alla tempia compatibili con un’aggressione.

Come si spiega che prima non erano state notate? Forse il caso era stato sottovalutato? Oppure, hanno voluto chiuderlo velocemente?

E' trascorso esattamente un anno 5 mesi e 24 giorni di dolore profondo, di assenza fisica, perché Roberto è sempre con noi, cammina sopra i nostri passi e respira il nostro respiro. Questa certezza allevia un po’ le nostre sofferenze, ma di certo non placa il nostro diritto di sapere cosa è successo a Roberto quel 14 dicembre.

A oggi non abbiamo ancora ricevuto risposte, siamo in attesa del giudizio del GIP sulla riapertura del caso di mio fratello e proprio in occasione dell'udienza con il GIP tenutasi il 19 marzo scorso, abbiamo presentato le nostre domande, i nostri dubbi, abbiamo chiesto una nuova consulenza medico legale. Fino a quel momento, ci è stato detto di metterci il cuore in pace perché probabilmente quello che è successo a Roberto non si saprà mai. Nessuno ha visto, nessuno ha sentito, forse un incidente forse qualcos’altro, ma noi siamo fermamente convinti che qualcuno che ha visto, che ha sentito o, che ha fatto, da qualche parte c'è.

I primi giorni della scomparsa ci siamo sentiti dire: “Ma è un ragazzo di 24 anni, dove volete che sia andato, sarà sicuramente una ragazzata.” ma Roberto non era quel tipo di ragazzo. Purtroppo in quel pomeriggio ci sono troppi buchi che gli inquirenti prima, e noi dopo, non siamo riusciti ancora a riempire di fronte a tantedomande a cui non si riesce a rispondere. La cosa più semplice da fare è chiudere il caso, ma noi non ci arrendiamo, lo dobbiamo a Roberto. 

images 1 4Difatti è stata messa in dubbio anche l’ipotesi dell’annegamento. Come chiarisce questo punto? 

Ci siamo chiesti milioni di volte: “Ma Roberto dov'è caduto? Dal ponte? Impossibile perché avrebbe riportato fratture importanti. Dal porto canale? L'acqua è troppo bassa. Dal molo? Ma poi com'è potuto arrivare a Bari? Dopo 24 giorni, secondo la procura è normale che Roberto fosse perfettamente vestito, con le scarpe scrupolosamente allacciate e una bustina di zucchero in tasca ancora integra nonostante le forti correnti di quei giorni, il Gargano e gli scogli. 

Secondo lei, c’è stata imperizia nelle indagini? 

I giorni importanti per le indagini erano i primi dalla scomparsa di Roberto e io purtroppo ho la convinzione che si sia perso tempo vitale e che non siano state prese in considerazione tutte le strade. Indietro non si torna più ma, ripeto, non ci arrendiamo, la verità va cercata.

Alla luce di tutto quello che è accaduto, lei che idea si è fatta, su tutta la vicenda? images 2 2

Sto facendo i conti con una nuova realtà. Tutto avrei immaginato nella vita, tranne dover fare a meno di mio fratello, senza nemmeno sapere il perché. Questo rende tutto più difficile. Roberto ha bisogno di giustizia e anche noi. Questo non vuol dire accanimento o mancanza di accettazione di verità scomode che ci sono state proposte dalla procura. Ma abbiamo bisogno di avere delle risposte chiare e non di mezze ipotesi comode per qualcuno.

So che quest’anno è uscito anche un libro sulla storia di Roberto, dal titolo: “Roberto Straccia, sogni infranti”, come mai questa decisione? 

La decisione del libro è stata una volontà di mio padre e dello scrittore Antonio G. D'Errico, che noi stimiamo molto, poi condivisa anche da me, mia madre e da tutti gli amici di Roberto, che hanno portato un loro contributo al libro. Mio padre ha fatto questa scelta innanzitutto per far conoscere la storia di Roberto e difendere la sua memoria. “La verità non è venuta fuori in tutto questo tempo e purtroppo, si è data un’immagine diversa di mio figlio, quindi ho voluto descrivere Roberto per quello che realmente era. Lui non aveva alcun motivo per suicidarsi. Era un ragazzo allegro e di sani principi con tanti amici e con la passione sana per lo sport”. 

Domenica 9 giugno ci sarà una manifestazione, per ricordare suo fratello Roberto Straccia. Che cosa vi aspettate?

images 4 1Domenica 9 giugno ci sarà una grande festa al campo Nelson Tomassini di Valmir di Petritoli. Campo che ha visto molte volte Roberto giocare e divertirsi. Sarà una giornata di festa appunto, per stare tutti insieme e non mancherà il gioco del calcio, non mancherà la musica e non mancherà neanche lui, perché sarà più di ogni altro giorno insieme a tutte le persone che tanto l’hanno amato e l’ameranno ancora per sempre. 

Grazie alla collaborazione della Federazione Italiana Gioco Calcio, del Cesena Calcio, del Verona Calcio, della Lube Banca Marche e della Sutor Montegranaro, che hanno messo a disposizione le proprie maglie. Nel corso della manifestazione di domenica 9 giugno saranno raccolti fondi per sostenere giovani che praticano il calcio in maniera regolare, che hanno brillanti risultati sportivi e un reddito familiare basso. 

In un periodo di difficoltà per le famiglie vogliamo promuovere la pratica sportiva, in ricordo di Roberto, per quei ragazzi che riescono a conciliare nel migliore dei modi lo sport e lo studio, proprio come faceva lui. Crediamo questo sia il migliore dei modi per ricordare mio fratello Roberto Straccia, contribuendo alle spese per l’istruzione e per la partecipazione alle attività sportive di un giovane della sua stessa squadra.

SENZA TRACCIA: troppo silenzio a 3 anni dalla scomparsa di Cameyi Mosammet

DDDD1Ci sono persone e persone, alcune fanno più “rumore” di altre anche quando scompaiono; sì, perché della piccola Cameyi non si è quasi mai parlato, se non qualche piccolo trafiletto a differenza di altri casi, che hanno avuto maggiore diffusione mediatica.

E’ brutto dirlo, ma ahimè è la tragica verità.

Molti non sanno neppure chi sia, non conoscono il suo volto, la sua storia, eppure lei è scomparsa 3 anni fa a soli 15 anni. A piangerla resta la famiglia che, chiusa nel dolore non si arrende, non può farlo e continua a sperare, così com’è giusto che sia.

Il 29 maggio cade l’anniversario di questo triste evento. Una giornata che non si può dimenticare e noi, non vogliamo farlo.

Cameyi Mosammet di nazionalità bengalese, alta 1.50 m, occhi e capelli neri, è scomparsa da Ancora la mattina del 2010.

Uscita da casa per recarsi a scuola verso le 7.30, che dista circa due chilometri di distanza, non ci arriverà mai.

Ripercorriamo i fatti.

La giovane Cameyi Mossamet quella famosa mattina, esce da casa, senza documenti e senza soldi e con il suo cellulare. In seguito, la mamma Fatma, mostrerà agli inquirenti, il portafogli che la 15enne aveva lasciato nell’armadio, dove era contenuto lo scontrino per l’acquisto di una nuova sim card e per una ricarica da 5 euro.

Dopo qualche giorno fu rinvenuto un video pubblicato su Myspace, un noto social network, nel quale Cameyi era in compagnia di un ragazzo che la baciava. Il video, secondo gli inquirenti, poteva non essere stato gradito dalla famiglia della ragazza e dalla comunità bengalese e avrebbe potuto spingere qualcuno a far sparire la minorenne per cancellare l’affronto, oppure, poteva essere stata lei stessa a scappare, per vergogna. Il telefono di Cameyi è sempre rimasto spento ma, in base ai tabulati telefonici, l’ultima traccia è stata rintracciata da una cella telefonica sulla costa maceratese.

Della ragazza oggi resta nella memoria un toccante video girato a scuola, che la ritrae sorridente, mentre racconta della sua passione per il calcio. Ricordiamo che la sua religione però, le impedisce di giocare.

Al momento l’unico indagato per la scomparsa di Cameyi è il ragazzo che la baciava nel video di Myspace e che risiede all’ottavo piano dell’Hotel House di Porto Recanati, dove spesso si recava anche Cameyi Mosammet. Quel 29 maggio la giovane andò a casa sua, lo testimoniano le telecamere all’ingresso del palazzo e da quel momento le sue tracce si perdono. Nel corso delle perquisizioni all’appartamento, gli inquirenti hanno rinvenuto un cuscino intriso di sangue e un cappello da cowboy appartenente a Cameyi. Il 10 giugno il ragazzo partì per la Grecia per ritornare qualche giorno dopo, e questo spostamento insospettì la Polizia. Nel frattempo qualcuno ha anche cancellato il video di Cameyi da Myspace.

Dopo la scomparsa della giovane Cameyi, un lutto colpisce la famiglia bengalese: il padre, Ibrahim di 55 anni gravemente malato, è morto nel luglio del 2010, senza sapere che fine ha fatto sua figlia.

Che cosa accadde alla giovane in quel tratto di strada il 29 maggio 2010? Rapita, o portata via con la forza? Oppure si tratta di allontanamento volontario?

Per sapere qualcosa di più, abbiamo sentito l’insegnate del fratello di Cameyi, la signora Silvia Mainardi, che gentilmente ha risposto alle nostre domande.

Lei era vicina alla famiglia, ci può parlare di Cameyi?

A quel tempo, avevano avuto uno sfratto esecutivo e il capo famiglia aveva un tumore in fase terminale, io cercavo di aiutarli a prendersi cura dei ragazzi.

Cameyi era un’adolescente come tante altre, con le sue esuberanze e le sue fragilità.

Aveva una diagnosi di borderline ed era seguita da un’insegnante di sostegno, andava volentieri a scuola, aveva amiche con cui si vedeva nel pomeriggio per andare in centro a passeggiare.

Amava stare in Italia, anche se i problemi in famiglia in quegli anni erano tanti e lei ne soffriva, non era una ragazza triste o chiusa in se stessa, anzi era sorridente solare e le piaceva stare in compagnia.

Cameyi era una ragazza con fragilità cognitive, piuttosto ingenua per la sua età e quindi facile preda di chiunque volesse raggirarla o ingannarla.

Nelle indagini degli inquirenti, si parla del ragazzino che Cameyi frequentava, che cosa ci può dire di lui?

Del suo ragazzo ne sentivo parlare, ma era in un’età in cui si è “sempre innamorati”, non la conoscevo di persona e non sapevo precisamente come stessero le cose fra loro. 

Che idea si è fatta sulla vicenda?

Penso spesso a lei e a quello che può esserle accaduto, ma non sono pensieri positivi, non ho mai creduto alla tesi dell’allontanamento volontario, penso piuttosto che qualcosa sia andato “storto” quella mattina e che lei non abbia percepito il pericolo che stava correndo.

Di una cosa sono certa… era serena, felice e sicura di aver marinato la scuola per passare un sabato mattina con quello che considerava il suo ragazzo.

Se avesse avvertito un pericolo o una difficoltà mi avrebbe chiamata per chiedere aiuto, come aveva già fatto in passato. Sapeva che io ero sempre raggiungibile e che la sarei andata a prendere ovunque.

Sono così trascorsi 3 anni e ancora non siamo arrivati a conoscere la verità sulla scomparsa della giovane ragazza bengalese. Per lei nessuna fiaccolata, come invece capita per molte altre vicende; per lei nessuna “corsa” o manifestazione o evento. Per lei nessuna pagina si è aperta su FB; per lei nessuna petizione per conoscere la verità. Ci sono dunque scomparsi che non fanno “rumore” e restano silenziosi, fino a quando forse un giorno una telefonata giunge, per svelare un piccolo indizio.

Anche per questo motivo, l’Associazione Penelope, che supporta le famiglie delle persone scomparse e che opera sul territorio nazionale e internazionale al fine di assistere e sostenere le famiglie nell’affannosa e disperata ricerca dei propri cari, ha deciso in merito a questo caso, di scrivere una missiva al Ministro per la cooperazione internazionale e l’integrazione CÉCILE KYENGE, per sottolineare come le ricerche da parte delle forze dell’ordine, sul caso in questione, non sono state immediate e non si è avuta la meritata attenzione mediatica come spesso è riservata per altre persone scomparse.

Scomparsi di serie A e di serie B? Ci auguriamo tutti di no!

Quello che fa più male è quest’assordante silenzio, calato come sipario in tutti questi anni, ma che parla e urla per chi lo sa ascoltare e grida verità e giustizia, sulla sorte di una ragazzina di quindici anni che voleva solo vivere.

Scheda di “Chi la visto?”:

 http://www.chilhavisto.rai.it/dl/clv/Scomparsi/ContentSet-44ac22d3-6061-4baa-990a-9efe0ee844e6.html

Per chi avesse notizie o informazioni in merito, contatti immediatamente polizia o carabinieri.

SENZA TRACCIA: Sergio Isidori, la storia di un bambino scomparso 34 anni fa

1239699780380Sergio Isidori

Pensate solo per un attimo a quanto male si prova, quando un parente, un amico scompare nel nulla e adesso, immaginate se a volatilizzarsi è un bambino.  Il dolore diviene insopportabile. 

Eppure, quanti casi fino a oggi abbiamo sentito di bambini che sono scomparsi nel nulla? I dati parlano di cifre impressionanti, a conferma di un fenomeno quanto mai esteso, che sembra non conoscere fine. Nonostante i mezzi delle polizie di tutto il mondo, i casi di minori spariti nel nulla sono in aumento. Alcuni sono entrati nelle pagine di cronaca dei media, diventando storie seguite con ansia e apprensione da milioni di persone. La maggior parte però finisce nel limbo, poco o per nulla conosciuti dai più. Si parla di una stima di 8 milioni di bambini che scompaiono ogni anno nel mondo, quasi 22 mila al giorno. Solo nel 2011 i minori scomparsi in Italia sono 78. Bambini scomparsi di recente che si uniscono a quelli di cui non si sa nulla da anni. 

Ecco perché è giusto non dimenticarli. Dietro a una foto ingiallita, c’è una storia e una famiglia che non ha mai smesso di sperare e di cercare. 

Questo è anche il caso di Sergio Isidori di cui il 23 aprile ricorrono ben 34 anni dalla sua scomparsa. 

Era il 1979 e Sergio Isidori aveva soltanto 5 anni, viveva a Villa Potenza, frazione di Macerata, con la sua famiglia.

 Il pomeriggio del 23 aprile verso le ore 15.30 Sergio Isidori andò a giocare dietro casa con alcuni amici. Prima di uscire, il bambino disse alla madre che sarebbe andato sotto casa per giocare con il fratello Gianmaria, che era sceso da solo verso le ore 15:00. La madre ha successivamente spiegato che il figlio era solito uscire da solo dal portone di casa per andare a giocare a lato della casa o sotto l’abitazione stessa, dove si trovava l'officina di famiglia. 

A Villa Potenza, quel pomeriggio del 23 aprile 1979, c'era molta gente, perché si celebravano i funerali del parroco don Ennio Salvadei appena venuto a mancare. La chiesa era gremita e chi non aveva trovato posto al suo interno, si era sistemato all'esterno o lungo la strada.

 Nelle ore corrispondenti alla cerimonia del funerale e al corteo funebre, Sergio Isidori si sarebbe dovuto trovare nello spiazzo di fronte alla sua casa, dove c'era l'officina del padre. Invece, il gestore della pompa di benzina che all'epoca si trovava accanto alla casa degli Isidori disse di non aver visto il piccolo quel giorno. Anche lo zio del bambino Giuseppe Isidori, che lavorava nell'officina di famiglia, e la fioraia, successivamente spiegarono di aver visto altri bambini, ma non Sergio.

 Quando Gianmaria Isidori, il fratello di Sergio, rientrò in casa da solo, la madre gli chiese subito notizie del fratello, domandandogli se fosse rimasto fuori o nell'officina, ma Gianmaria rispose che non l'aveva visto quel pomeriggio. Appena rientrato il padre dal lavoro, la moglie lo avvertì subito della scomparsa del bambino.

 Un primo testimone (un camionista, conoscente della famiglia Isidori) disse invece di averlo visto giocare davanti casa con altri ragazzini. Una seconda testimonianza è quella di un amico del piccolo, che dirà di averlo notato prima davanti casa, poi, al passaggio del corteo funebre, lo avrebbe visto allontanarsi verso una vicina strada in salita, in compagnia di “ Un bambino poco più grande di lui, dai capelli biondi e con un cappello a visiera”. A queste dichiarazioni si aggiunge quella resa e verbalizzata da una donna che confermerebbe l'allontanamento di Sergio Isidori insieme a un altro bambino.

 Gli inquirenti si posero la domanda se veramente si potesse trattare di un altro bambino, o di un uomo molto basso. E se fosse così, chi era? Sergio Isidori lo conosceva e si fidava, tanto da seguirlo?

 Non bastò la disperazione in cui cadde la famiglia, il giorno dopo, una donna del paese ricevette una telefonata anonima che, pur sbagliando numero, fece una richiesta di ben 50 milioni di lire per riavere il bambino. (La signora, all'epoca, aveva un numero telefonico molto simile a quello della famiglia Isidori, e differiva soltanto per un numero).

 Chi effettuò quella telefonata?

 In seguito i familiari ricevettero altre telefonate anonime e poi un susseguirsi di veggenti e cartomanti che, nel corso delle indagini, apparirono alla famiglia cercando di carpirne del denaro. Alcune di queste persone, sono state indagate e rinviate a giudizio per estorsione.

 Naturalmente la speranza per la famiglia non si è mai spenta e difatti nel 1991 nuove vicende sono apparse in un libro, scritto da Don Mario Buongarzoni, un sacerdote molto conosciuto in città. Il parroco di Macerata che in quell’anno scrisse un racconto che ricalcava la vicenda, ipotizzando che il bimbo fosse finito nelle mani di un pedofilo.

 Il suo nome è saltato fuori durante una trasmissione televisiva sulle persone scomparse, «Quarto Grado». Una giornalista, con l’aiuto di Domenico Mazza dell’associazione Penelope Marche, aveva rintracciato il “famoso libro”, che conteneva una raccolta di racconti. Uno di questi, «Il bambino scomparso», descrive una storia con tantissimi punti di contatto con quella del piccolo Sergio Isidori. Per questo la famiglia Isidori, ha chiesto alla magistratura di invitare don Mario a dare dei chiarimenti su quel racconto, prima di archiviare il fascicolo delle indagini. 

In quell’epoca, il reverendo era presente al momento del funerale e forse vide qualche cosa, oppure, un’altra ipotesi, è che possa aver saputo qualcosa sulla scomparsa del piccolo durante la confessione.

 Quale sarà la verità?

 Comunque sia, alla fine siamo giunti al 2013 e alla vigilia dei suoi 34 anni di scomparsa.

 Troppi punti sono rimasti oscuri, troppe domande senza risposte e troppi inquietanti personaggi girano attorno alla storia.

 Com’è normale però, la famiglia di Sergio Isidori, non si dà per vinta e non smetterà mai di cercare quel bambino che oggi forse è un uomo e che vive magari dall’altra parte del mondo, senza sapere che a Villa Potenza (Macerata) ci sono le sue origini e le persone a lui più care.

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