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updated 1:03 PM CEST, Oct 23, 2019

Chi "c’ha" visto?

monoscopioQuesto bisogno di andare oltre le apparenze, nient’affatto disperato, andrebbe immaginato in una dimensione rivitalizzante, abbassando il volume alle affermazioni private che si rendono subito convinzioni pubbliche (degno patema d’animo, storicamente servito da un programma comunque utile qual è “Chi l’ha visto?”).

Ci rimane invece il tempo di promuovere affetti in una vera e propria bufera di notizie fasulle, che rallenta i pronti interventi su scomparse aggravabili a dismisura.

Il trasporto emotivo fa parte di una programmazione televisiva privata di un’assistenza di carattere intellettuale; riteniamo pertanto di stare benino, condannando ciò di cui ci nutriamo (del superficiale intrattenimento barbarad’ursiano) ai minimi particolari, per il piacere di precipitare tutti insieme, senza poter più riconoscersi in un atto di violenza partecipativa, come di clemenza degenerativa.

Al protagonismo si aderisce per pesantezza di attese razionali o leggerezza di comodo; c’è niente di nuovo mentre si assiste a degli umani misteri che si frammentano ragionando come testimoni del generico, eppure andrebbero ridefiniti dei parametri per la cronaca nera, affinché non scorra più come un fluido dinamico in un sistema sociale apertamente chiuso!

Il coinvolgimento riguarda quasi sempre le vecchie generazioni, ma le accuse ricadono sulle nuove: sia vittime sia carnefici, incapaci di voltarsi ma neanche di procedere nel precariato morale.

Per esempio, a “La vita in diretta” talvolta, a mo’ di terapia di gruppo, si colgono semmai delle agiatezze professionali, con tesi ovviamente accattivanti, circa l’espressività, da mettere così a fuoco da bruciarla, di poveri assassini che peraltro si commuoveranno ricordando com’era bello considerarsi ingenui, quando le telecamere portavano rispetto, per decretare un’offerta tv imbattibile.

Per sentirsi sicuri, la richiesta di tutela è una domanda che ti dimentichi di fare, di un clientelismo mediatico/globale ancora d’aggraziare; cosicché della libertà d’espressione ti puoi preoccupare esclusivamente durante il collegamento televisivo condizionato da una sfida contro il tempo; tra il conduttore amabile, nel bene come nel male, e il regista talmente indefesso da procurarsi l’anonimato di per sé; al fine di costituire la diretta delle dirette, con strumenti di carne & fiato per l’evenienza di sempre: il successo “della rete”, che sortisce ulteriori fastidi, come la cosa più giusta d’assumersi tra le manie di persecuzione ch’esplodono per il senso di gratitudine, d’inconsulto.

Per “lasciarsi andare” non si deve mettere da parte alcun rancore familiare, gridi di volerti sotterrare quando invece ti ricopri di un cielo nient’altro che da condividere; cioè stiamo ad ascoltare bonariamente la ricetta per l’osceno, senza riuscire a scambiare un segno di pace, non potendo sapere come trasmettere la buona educazione.

Senza contare che si ride, quando invece si dovrebbe piangere, per come degli esseri “poco” intelligenti, per forza di cose, non imparino subito a farla finita con le frustrazioni quotidiane, sempre più chiare e insignificanti per uno show in grande stile (mi viene in mente “Quarto grado”), da cui si esce di scena piccoli piccoli, per classicheggiare e basta, con tono deciso e sguardo penetrante, magari alla faccia della persona che non c’è più, che si “pensava” di conoscere.

Ultima modifica ilSabato, 10 Gennaio 2015 14:17

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