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INTERVISTA A MARCO TULLIO BARBONI a cura di Silvana Lazzarino

3 foto Tullio Barboni e i mitici

A Roma presso la Casa del Cinema i primi di novembre 2017 sarà presentato “A spasso con il Mago…..Merlino e io” secondo libro di Marco Tullio Barboni sceneggiatore e scrittore di successo.

Quanto l’ambiente famigliare con tuo zio Leonida e tuo padre Enzo rispettivamente direttore della fotografia e regista hanno influenzato la tua scelta di dedicarti al cinema come sceneggiatore, oppure la tua è una passione innata accompagnata da un gran talento?

Sarebbe stato difficile non rimanere affascinati da un mondo come quello. I nomi di cui sentivo parlare in casa da ragazzino erano quelli di  Vittorio De Sica e di Pietro Germi, di Stanley Kubrick e di Fred Zinnemann, di Kirk Douglas e di Audrey Hepburn…per non parlare poi dei set sui quali mio padre lasciava che lo accompagnassi, magari acconsentendo che ricoprissi il ruolo di comparsa: erano quelli di Ben Hur e di Spartacus, di Elena di Troia e di Barabba.  “Troppa roba”, si direbbe nel gergo giovanilistico di oggi, per non innescare la scintilla della passione.  

La laurea conseguita con successo in Scienze Politiche presso l’Università “La Sapienza” di Roma con una tesi sulla censura cinematografica con relatore il Prof. Aldo Moro già era indicativa del tuo interesse per il mondo del cinema. Come mai hai scelto un argomento così  complesso quale quello della censura e a quale periodo in particolare della storia del cinema ti sei riferito e quali i film  argomentati?

Nel 1972 mio padre aveva scritto e diretto “…eppoi lo chiamarono Il Magnifico” un delizioso  western interpretato da Terence Hill e prodotto dalla PEA di Alberto Grimaldi il  quale aveva appena realizzato “Ultimo tango a Parigi”.  Nella tesi si faceva  riferimento anche alle vicissitudini già occorse in precedenza a  Pasolini e Visconti ma nel caso del film di Bertolucci e della folle richiesta di spedire al rogo quella sua opera potei contare su materiale, per così dire, di prima mano.  A tale proposito è tuttavia doveroso riconoscere che da parte del “professore” non vi fu non solo nessunissima forma di censura ma neanche nessun  consiglio di evitare l’argomento.

Come mai dopo la prima esperienza di aiuto regista con  “Lo chiamavano Trinità” del 1970, hai scelto poi la strada della sceneggiatura?

Avevo una buona proclività per la scrittura e quella per il cinema mi affascinava in modo particolare. Cosicchè dopo la laurea e la frequentazione di numerosi stage, primo tra tutti quello tenuto dal vate della scrittura cinematografica  Robert Mc Kee, mio padre volle che stabilissimo una sorta di sodalizio in base al quale mi sarei occupato della sceneggiatura dei suoi film affiancandolo poi nelle successive fasi della lavorazione.

Nel creare i dialoghi hai già in mente come va a finire una scena oppure crei di volta in volta procedendo nella scrittura talora inserendo un finale che magari non pensavi all’inizio?

Nel caso dei film scritti per mio padre e, più in generale, di quelli interpretati da Terence e  Bud ho potuto spesso godere di una relativa libertà, al punto di suggerire prima e realizzare poi sviluppi diversi da quelli concordati o previsti in scaletta.  Molte altre volte invece, sopratutto in ambito televisivo, sono stato costretto, per motivi di carattere economico o organizzativo, a muovermi tra paletti molto più stretti.

Nel lavoro dello sceneggiatore quanto è importante il confronto con il regista ?

Direi che è fondamentale. E da questo si evince quanto sia stata privilegiata la prima parte  della mia attività di sceneggiatore, avendo collaborato a tempo pieno con mio padre.  Ci scambiavamo continuamente idee e suggerimenti, spesso con una certa insofferenza di mia madre che si lamentava del fatto che spesso durante i pasti non si riuscisse a  parlare d’altro!

A parte il Western a quali altri generi ti sei interessato?

Al poliziesco ed ai film d’avventura. Ma c’è da dire che spesso nel mestiere di sceneggiatore,  e nel mio caso è stato un po’ così, si rimane imprigionati nei  cliché che inducono i produttori ad offrirti un lavoro sulla base di ciò che hai fatto in precedenza: un modo come un altro per andare sul sicuro.

Tra i soggetti che hai trattato quali quelli che ti hanno dato maggiori soddisfazioni?

Ho trovato  particolarmente gratificante l’aver visto riconosciuta l’originalità della trama  e l’efficacia dei dialoghi in film che erano ormai divenuti di genere, come, ad esempio, nel caso  degli ultimi due che ho sceneggiato per la coppia Terence Hill Bud  Spencer: “Nati con la camicia” e “Non c’è due senza quattro”. Nel rispetto della regola aurea  di “dare al pubblico quello che si aspetta ma non così come se lo aspetta”.

Nei film con Bud gli episodi simpatici non sono mai mancati. Ma in quel caso in particolare il primo che mi viene in mente è relativo ad una notte nella quale girammo l’uscita di Carol, splendida più che mai, da un tombino situato in una zona malfamata dell’ angiporto di Miami. Interpretava una seducente diavolessa giunta sulla terra per contendere all’angelo Thietty Lhermitte le scelte di Bud. Ci vollero quattro pattuglie della polizia per portare a casa quella scena senza “interferenze”.

Oltre che per il cinema con film legati al western, hai scritto anche per la televisione e realizzato cortometraggi e tv movie. Quali tra i titoli televisivi quelli cui sei maggiormente legato e perché?

Mi fa particolarmente piacere ricordare gli episodi della serie “Extralarge” che ho scritto per Bud. Per lo straordinario rapporto di stima ed amicizia che avevo per lui e per le impareggiabili riunioni di sceneggiature che allietava con ogni genere di prelibatezze.

Dal 2002 al 2007 hai lavorato ai soggetti e alla sceneggiatura della serie televisiva “La Squadra”. Mi sembra per 19 episodi. Che ricordo hai di quel periodo e quali gli attori della serie con cui sei rimasto maggiormente legato?

Ho un ottimo ricordo. Era una serie a basso costo ma caratterizzata da  un grande fermento creativo. E più che con gli attori,  con i quali, per la particolare struttura produttiva, non avevo modo di approfondire i contatti,  ricordo con piacere i rapporti con gli editor e con gli altri autori molti dei quali, da Giancarlo De Cataldo a Giovanna Koch, da Daniele Cesarano a Stefano Bises, da Luigi Montefiori a Donatella Diamanti hanno continuato ad esprimersi a straordinari livelli.  

Sei autore di due soggetti della serie tv “Doc West” del 2009 con Terence Hill e Paul Sorvino e l’anno seguente nel 2010 firmi soggetto, sceneggiatura e regia per il cortometraggio “ Il grande Forse” con  Philippe Leroy e Roberto Andreucci. Come’è stato lavorare con questi due attori?

Quando ho scritto Doc West conoscevo Terence da trent’anni e dunque si trattava di una conoscenza già fortemente consolidata. Più sorprendente è stato l’incontro con Philippe: uomo ed attore straordinario.  Si innamorò della sceneggiatura de “Il grande forse”  e partecipò al progetto con l’entusiasmo di un ragazzino.

Dopo il successo del tuo primo romanzo “E… lo chiamerai destino” (Edizioni Kappa) sta per uscire la tua nuova creazione letteraria “A spasso con il mago .  Merlino e io “  dove tu e il tuo cane siete protagonisti. Come mai hai scelto di raccontare un dialogo sospeso nella dimensione del sogno tra te ed il tuo amato cane Merlino la cui presenza vive oltre questa vita terrena? Forse perché nei sogni affiorano emozioni rimaste nell’ombra.

Affiorano, emergono e si manifestano. E in un sogno lucido, come quello descritto nel libro, fanno anche molto di più: ci aprono le porte su quell’universo che Victor  Hugo chiamava “l’invisibile evidente”.

Nel dialogo che avviene nel sogno tra te ed il tuo cane ripercorri insieme alla sua anima i momenti significativi trascorsi insieme e tante verità dette e non dette. Attraverso questo dialogo emergono stati d’animo ed emozioni vissute insieme e mai dimenticate, ma anche la possibilità di guardare attraverso questi stessi stati d’animo e scoprire di più. E’ così e cosa accade?

E’ cosi. E accade che, con un magico cambio di prospettiva, si possono rileggere le persone e gli eventi. Si può superare l’insostenibile leggerezza dell’essere di kunderiana memoria e scoprire che l’aldiquà ci è ignoto quasi quanto l’aldilà.

Se in “E ..lo chiamerai destino” si trattava di un dialogo botta e risposta tra il Conscio e l’Inconscio che appartenevano al protagonista,  qui il dialogo è meno serrato e più dilatato entro una dissertazione quasi filosofica. E’ così e come è costruito?

La struttura narrativa è sempre quella dialogica. Ma stavolta la scoperta non deriva dallo scontro ma dall’incontro, non dal conflitto ma dall’amore.

Cosa del tuo adorato cane Merlino porti dentro di te e cosa di lui apprezzavi nel temperamento e nel modo di porsi nei tuoi confronti?

Per rispondere prenderò in prestito i versi che Byron scrisse nell’epitaffio per il suo  Terranova Nostromo e che trovo perfetti anche per il mio bovaro Merlino: possedette la bellezza ma non la vanità, la forza ma non l’arroganza, il coraggio ma non la ferocia e tutte le virtù dell’uomo senza i suoi vizi.

Negli occhi dei cani spesso intravediamo qualcosa di profondo che li rende molto sensibili. Che pensi a riguardo, anche partendo dalla frase di Victor Hugo “Guarda il tuo cane negli occhi e prova ancora ad affermare che gli animali non hanno un’anima” ?

Penso che, ad esempio, siano capaci di due comportamenti dei quali gli umani decantano il valore senza mai esercitarli: l’ascolto e il perdono.

In questo vostro incontro c’è nostalgia?

Come potrebbe non esserci?

Come definiresti il tuo amato Merlino?

Un mago.

Tra padrone e cane ci si ritrova sempre, proprio perché il legame affettivo è forte e dura nel tempo e oltre il tempo. E il ritrovarsi commuove. A riguardo Plinio Perilli poeta e critico letterario così scrive nella presentazione del tuo libro: “Del resto, forse che non commuove rileggersi il brano dell'Odissea in cui il vecchio Argo, dopo vent'anni, riconosce Ulisse, tornato a Itaca, nella sua reggia vessata, sotto mentite spoglie: scodinzola, e muore?...” Come ti sei sentito ritrovando la possibilità di ridialogare con il tuo cane anche attraverso questo sogno?

Come chi ha capito che la parte più importante della vita deve ancora essere scoperta.

I sogni aiutano a vedere oltre e a mettere a nudo stati d’animo rimasti nell’ombra riscoprendo qualcosa in più di se stessi. Cosa sono per te i sogni?

Freud diceva che “i sogni non si occupano mai di inezie, non permettiamo alle quisquilie di disturbarci nel sonno”.  Sono perfettamente d’accordo con lui.

Quanto i sogni superano la realtà?

Spesso fanno di più:  ne danno una lettura.

Ho avuto modo di scrivere e intervistare un tuo amico: Franco Micalizzi, famoso direttore d’orchestra e compositore di straordinarie colonne sonore che hanno fatto la storia del cinema. Quando nella domanda finale gli ho chiesto se desiderasse scrivere una colonna sonora per un film tratto dal tuo primo romanzo “E… lo chiamerai destino” non ha esisto a rispondermi che ne sarebbe felice ed onorato. Franco Micalizzi ti ammira e ti stima molto come uomo e professionista. E tu che mi dici di lui?

Che sono io felice ed onorato di essere suo amico. Franco non è semplicemente un autore di grande talento, è una persona  che ama la vita, entusiasta, sincera e libera. E quindi rara.

Ultima modifica ilMercoledì, 11 Ottobre 2017 11:54
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