Leggendo “Il riscatto del destino”, di Grazia Riggio

Leggendo “Il riscatto del destino”, di Grazia Riggio

Eppure Paolo aveva colto in Annalisa la debolezza in alternanza col coraggio, due estremi di natura caratteriale che lo incuriosivano con fare crescente, allusivi per la voglia di approcciarsi da parte di lui, irrefrenabile nonostante bisognasse andarci cauti – con l’emotività lampante al minimo contatto, giacché posseduto da un’impressione di cui si può essere solo ignari – visto che lei oramai temeva di continuo il fiato degli altri, roba da cercare riparo nel noioso andazzo quotidiano.

Ad Annalisa le spettava la parte della Carmen, che consisteva nel sincero banco di prova… strano come colui che la dirigeva fosse intento a concederle quell’opportunità, forse aveva individuato un talento recalcitrante ma talmente sopraffino ch’era un peccato non sfoderarlo… e in effetti la ragazza si era messa a ballare, posseduta fisicamente da una certa melodiosità, i passi le venivano naturali, provenienti di colpo dagli abissi dell’anima, aldilà delle nozioni assorbite e oramai in suo potere: in pratica aveva assunto il pathos, il caos ma soprattutto il sentimento del personaggio da interpretare.

Invece Antonio e Sara si trovavano lungo una via di fuga da certe questioni per averne la meglio ma senza averci mai riflettuto…  si evince nel caso di Sara una sorta d’inefficacia sul punto di sfidare l’evolversi della vita, un elemento necessario per non agonizzare stando al disegno prefigurato da Antonio che si copriva il volto con un tono tattile alludente allo smottamento della ragione, altroché cadere nello sconforto!

Grazia Riggio tra le righe della sua creatura letteraria, alternando due storie all’apparenza, per rinfrescarne in fondo una complicità da pelle d’oca, sostiene che qualsiasi emozione si costituisce per mezzo di un’illuminazione a intermittenza; aspettando che maturi il diritto di assorbire sollecitazioni affettive pur distanti, con la memoria a impattare raccogliendo i più recenti fatti personali, momentaneamente incapaci di tenere testa al tempo.

Ad Annalisa le capitò di udire che succede di prendere una decisione alla luce della ragione che ci creiamo all’istante, ed è impossibile badare anzitempo alle ripercussioni… come di chiedere a sua madre se, realizzati i sogni, allora perché si teme di avere sbagliato, con quell’idea di sincerarsi da lì in poi sul trasporto emotivo… risposta: persiste almeno un accesso privo di sigilli tanto segretamente quanto umanamente, potendo rivolgerci all’univoca, snervante sorte, attendendo che c’indichi la persona capace di decodificarlo, rinfrancante i sensi!

La pretesa circa il distacco tra Giuseppe e Annalisa, al fine di favorire la bramosia di Antonio, ribolle… la ragazza si affretta ad avvicinare Giulio che necessita di galleggiare in questa situazione senza che gli si faccia scontare lo stravolgimento del proprio immaginario, potendo ancora viaggiare mentalmente affidandosi al candore dei sogni, invece che mortificarsi per vicende di una verità complessa sin dal principio, e crescere nell’oscurantismo che dà sui nervi.

Annalisa in tutta probabilità ce l’avrebbe fatta a sbocciare come il fiore di una montagna da scalare per forza d’orgoglio, accantonando per sempre dentro una personalissima, amena custodia la sua immagine adolescenziale, che spesso rispuntava quando faticava a credere nel Prossimo… per lavoro danza in modo egregio, dovendo ancora ringraziare per la fama ottenuta Paolo, che la esaltava senza darlo a vedere, ovvero rasserenandola nel momento più critico: quando le scelte di vita ci strattonano.

Il lettore ha di che riflettere sul fato che agisce senza colpire a freddo, probabilmente ingannando delle pedine, costrette ad attendere dando forma all’occasione giusta per sfoderargli la maturità in serbo; consapevoli ch’esso si diverte a rimescolare le carte, prendendo il suo tempo per comporre una storia univoca, tracciare percorsi singolari, che ci portino alla gioia assoluta, se non a pazientare ulteriormente, sacrificandoci per il bene dei nostri figli, rinunciando a provare dei sentimenti a pelle.

Antonio si arrende alla consapevolezza circa questa forma cancerogena sentimentalmente inestirpabile, che lo divorava, alla luce dell’opportunità sprecata da giovanissimo, di confessare delle buone intenzioni a chi di volere, alternata con la colpa mai assunta a seguito di una vita stroncata.. si salvava solo la gioia maturata contribuendo al sostentamento di Giulio che ora caratterizza la maggiore pecca nei riguardi di Annalisa, preferendo, il piccolo, stare con un individuo dal fare paterno pur essendo ambiguo all’inverosimile.

Il racconto finirà così…?

Vincenzo Calò

Vincenzo Calò

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