Gianni Marcantoni…

Gianni Marcantoni…

Come si affronta il Dolore? T’impegni di più a centrare un obiettivo o a girarci intorno?

Non saprei dire esattamente come si affronti il dolore, forse bisognerebbe prima vederne la causa. Ci sono tanti dolori che nascono da circostanze differenti, per esempio si può vivere nel dolore per una malattia, per fame o per miseria, per un tradimento, per un amore sbagliato, per una ingiustizia subita, o provare dolore per il destino dell’uomo… a volte non lo sappiamo superare, e quindi ci lasciamo travolgere dagli eventi della vita, mentre in altre ci fa venire una forza interiore tale da affrontarlo con il massimo coraggio, senza indugio. Può capitare di ritirarsi dentro se stessi in una solitudine ricercata e sentire il bisogno di esprimere questo dolore dandogli una forma, un’immagine, o come nel mio caso, un verso, così si riesce a dargli uno spazio proprio, fuori da noi, con un contenuto ben preciso. In alcune circostanze riesco a centrare degli obiettivi, ossia quando ne sento la giusta motivazione, intesa come spinta necessaria per agire, seppure con particolare sforzo, ma in altri casi certi obiettivi non vengono raggiunti per mille fattori che non dipendono soltanto dalle mie perplessità o insicurezze. Non sono comunque il tipo che gira intorno alle cose, e diffido soprattutto da chi ha un atteggiamento simile.

Ma è giusto attendere spiegazioni da un poeta per i suoi versi? L’umanità resta un mistero?

Le spiegazioni in genere sono più delle indagini che vengono effettuate insieme al poeta, dietro ai suoi versi. Un testo in genere può dire già molto chiaramente, ma in alcuni casi questa chiarezza potrebbe essere solo apparente, dunque celata da un linguaggio complesso da dover decifrare più approfonditamente, e spesso dal poeta si vuole sapere cosa sussista oltre la parola scritta. Ciò può aiutare a capire il significato sottostante il contenuto di un’opera. Ricordiamo comunque che continuiamo oggi a leggere testi di autori che non possono più spiegarci nulla, ma che continuano a vivere e a pulsare più che mai, senza sentire altre necessità. L’umanità credo invece sia un mistero, forse ancor più per un poeta, o per un artista in generale, abituato a indagare e ricercare, e da questo mistero l’uomo avverte un senso di inquietudine e di incompiutezza, qualcosa oltre la materia che non riuscirà mai a scoprire realmente, finché non lascerà il proprio corpo e questa dimensione terrena. L’uomo guardandosi intorno vede una terra di cui non può conoscere l’origine, ed egli esiste cercando di darsi delle spiegazioni. Il mistero fa dunque parte della vita ed esisterà sempre, ovunque si andrà nel mondo, qualunque cosa si faccia.

Cosa provi per le tue origini?

Le mie origini rappresentano la mia identità, e l’identità è per me un valore assoluto. Provo qualcosa di molto radicato in me che non mi lascerà mai del tutto. I ricordi dei tempi trascorsi sono sempre vivi e difficilmente potranno essere dimenticati, a volte mi provocano nostalgia, altre mi rattristano, soprattutto quando penso agli episodi che più mi hanno ferito, o messo in difficoltà, comunque poi bisogna a un certo punto sapersi staccare dal passato guardando anche in avanti, fare nuove scelte, porsi nuove mete, senza restare troppo legati al proprio passato, si rischierebbe altrimenti un certo immobilismo.

Raccontami di quando hai deciso di voler pubblicare i tuoi versi, sembra che ce ne sia voluto di tempo! È più difficile creare o condividere un valore?

Quando ho iniziato a scrivere ero appena un adolescente, le cose che scrivevo temevo non potessero essere comprese appieno da parte dei miei coetanei, un giudizio superficiale o non onesto a quel tempo mi avrebbe molto ferito, e così ho preferito tenermi questo segreto fra me e me per molti anni fidandomi solo di pochissime persone a cui potevo far leggere qualcosa sporadicamente. Poi crescendo ovviamente mi sono rafforzato e i miei timori sono diminuiti fino ad avvertire l’esigenza di mettere a confronto con gli altri ciò che scrivevo e di verificare se il valore che io interiormente attribuivo ai miei versi trovasse lo stesso riscontro fuori. Ciò è avvenuto lentamente aspettando che i tempi fossero maturi, senza forzare gli eventi, ma attendendo che le cose avvenissero nel modo più naturale possibile. Forse invece oggi si vuole ottenere tutto molto presto, mentre non è così che funziona… la poesia ha bisogno di parecchio tempo per farsi strada. L’attesa nel mio caso è stata propizia e ciò che per tanto tempo non era accaduto è avvenuto in un attimo, un fattore dietro l’altro in una concatenazione di circostanze, che non avrei mai immaginato potesse realizzarsi prima. Inoltre ritengo sia importante evitare di esporsi in maniera eccessiva rischiando con ciò di dare l’impressione di scrivere principalmente per raggiungere chissà quale gloria, anziché farlo per un’esigenza interiore del tutto naturale e radicata dentro di sé, aldilà di tutto. Creare è comunque decisamente più semplice mentre condividere è molto più complicato, se non conflittuale.

Spontaneità è sinonimo di semplicità?

Direi di no, poiché si può esprimere un concetto molto complesso anche in maniera spontanea. A volte basta una intuizione, quindi non necessariamente la complessità coincide con la sofisticazione. Soprattutto nei versi credo sia importante evitare di complicare il lessico abusando di parole ricercate e così pensando di renderli di valore, senza capire che invece il valore di un verso non sta nella ostentazione della ricercatezza, bensì nell’autenticità con cui viene espresso, e da cui sorge. Un autore a mio avviso dovrebbe ricordarsi principalmente di non trovarsi più nella classe di una scuola a svolgere dei compiti.

La cultura serve ad addensare o ad annullare delle riconoscenze?

Non so per “riconoscenze” cosa si intenda esattamente, posso però dire che la cultura è la base di tutto. Cultura che non vuol dire necessariamente istruzione. Riguardo all’istruzione nella vita possono esserci talmente tante complicazioni e fattori, anche esterni, per cui non sempre è possibile compiere appieno un percorso. La cultura invece è anche possibile attraverso approfondimenti, ricerche, indagini, letture personali… la cultura ha mille percorsi per poter essere avvicinata. L’importante è avere passione ed interesse, avere la curiosità e l’umiltà di accrescere la propria conoscenza evitando di essere superficiali ed approssimativi nel compiere le proprie scelte, anche in quelle apparentemente più semplici. Credo che cultura sia sinonimo anche di consapevolezza, e quest’ultima è importante per poter avere gli strumenti necessari al fine di esprimere in maniera appropriata e sensata ciò che si vuole comunicare. 

La modernità concepisce la malinconia?

Direi di sì, e anche molta. La modernità non solo concepisce la malinconia ma soprattutto la produce. Produce isolamento, fobie, depressione, debolezza, inquietudine, volgarità. Non stiamo vivendo neanche adesso che abbiamo questa modernità un periodo facile e felice, anzi. Soprattutto mi sembra che la modernità abbia aumentato il conflitto e la competizione tra persone provocando una certa insofferenza reciproca, probabilmente causata da una eccessiva esposizione e visibilità dell’individuo. Credo che occorra essere educati ad esprimere la propria interiorità, e per questo è necessario scoprire la propria identità, mentre a me pare che vi siano stati dei condizionamenti dall’esterno, con l’intento proprio di piegare e modulare la nostra identità a degli stereotipi – completamente sballati – indotti da concetti o ideali creati artificiosamente dall’uomo sulla base di principi pseudo-politici o pseudo-religiosi e sociali, che invero hanno causato frustrazioni e malessere. Dico questo non per alimentare il nostro ego, anzi tutt’altro, ma per saper conoscere e riconoscere noi stessi, accettarsi ed amarsi. Da questo credo derivi anche il rispetto che umanamente dobbiamo a noi e agli altri.

La poesia necessita di essere riqualificata, sempre a mo’ di dono, e magari distinguendo il sacro dal profano?

Oggi purtroppo la poesia sembra diventata non un dono, ma un prodotto di facile approdo. Spesso mi appaiono davanti molti testi che personalmente sembrano più degli scritti di varia natura proposti come poesia, ma che ben poco hanno a che fare con una poesia autentica, tale da poter essere letta con vero interesse. Vedere perciò come oggi essa venga inseguita e a tratti malmenata, beh, mi procura molta tristezza e mi incupisce. Allora quando poi leggo alcuni autori di spessore rinasco, mi rigenero, avvertendo il vero miracolo della poesia e il suo valore profetico. Per me rimane il genere letterario che più appassiona, in grado di arrivare fino all’interno dell’animo e aprirvi solchi profondi, dunque quando si scopre la poesia si parte sempre per un viaggio di pura libertà. Sensibilità, inquietudine, solitudine, sofferenza per questo destino umano, hanno tra loro un legame stretto e inscindibile che getta le basi per la sua nascita.

… leggendo “Complicazioni di altra natura”

È come se stessimo ad aspettare, ignudi e rassegnati, il depuramento della tacita ma sin troppo accomodante materia, da esseri viventi o per meglio dire ingannati dal futile; lungi comunque dalla gioventù che agonizza nel corso del tempo, distrutta da sé, internandosi a delle sedi istituzionali col parassitismo a farla da padrone.

Tra le parole di Marcantoni il tempo procede piano, sembra che si concentri sulle proprie componenti, dimodoché chi lo possiede ricorda d’essere stato una copertura delicata e immacolata per questioni insopprimibili, alle prese con agenti atmosferici che imploravano il favore delle tenebre; con la mancanza di rispetto che non determinava il fatto di tralasciare delle proprie origini, avendo emesso il primo vagito per sciogliere l’univoca emozione, ed esistere.

L’armonia dei versi si manifesta per mezzo della malinconia imbattibile in prospettiva, è dedicata alle pregiatissime conserve di un divenire impopolare, visto che risulta impossibile illuminarci nuovamente con l’accertamento dei rifiuti terreni.

Ci son troppi limiti per osare, costretti a uscire fuori ci siamo resi fragili, la ragione è talmente evidente ch’è possibile penetrarla.

Marcantoni desidera che ogni cosa assuma un valore, nonostante l’anima stremata al momento di ricrearsi.

Un soggetto caro al poeta suole scambiare la vita sprigionata unicamente dai polmoni per una mente riversa in superficie, e riaffiora il buio delle volontà che perdono di mordente.

La ragione sprofondando nella carnalità sollecita la giornata tipo, all’estremo di conclusioni mai azzardate, a porre in essere l’umanità, dentro una camera che dovrebbe pretendere l’arieggiamento, e per giunta al buio.

“Un sogno mi ha svegliato poiché

non è la vita a distruggerci,

oscillava la voce come una spiga assetata,

presto il tempo fingerà di non riconoscermi

e sarò già apparso

in qualche luogo scolorito e umido.

Le facce sono scudi,

gli scudi sono pinze

e le dita, come pinze, restringono l’uscio”.

“I sassi sono immense gocce

di china lavabile, riciclata dalle discariche”.

“… le parole sanno, sanno molto più di noi”.

I chiaroscuri ch’emergono dalle aspettative come un ricamo destrutturano cammini, Marcantoni chiede di avere un gancio al massimo, sul punto di sentirsi amorevolmente solo, per tenere testa alla vita enfatizzabile da parole di sola andata, dentro di sé, di nuovo.

Le poesie raccolgono l’assoluto derivato di un sibilo… benché quel qualcosa di celestiale sembra che suoni a festa, e invece urla al più recente distacco umano.

In amore Gianni vuole travolgere un riferimento, dacché somigliante a un mare di vergogne, appartenente a una dimensione sempre più priva di accessi, essendo stati inventati per censurarli, con la paura di morire, che rende infernale il paradiso.

Secondo Marcantoni è arrivata l’ora di recuperare degli obiettivi prestabiliti, di ridare importanza alla Storia, passando sopra disastri patinati, riqualificati da sterili affaristi. Il filo della vita si ammatassa e non riusciamo a tenerlo in pugno. Il marcio aleggia scompigliando i passi che facciamo con somma emarginazione, per venire poi assorbito dal traffico cittadino, armonioso se continuiamo a muoverci.

E pensare che la bellezza riguardava la fede che legava i poveri alle illusioni, il diritto di spirare ascoltando il cuore, quando l’ingenuità dinanzi al destino del pianeta Terra temprava gli animi di un’umanità che a sua volta non badava a sopravvivere come a svalutarsi… e il bello di un nascondiglio consiste esclusivamente nel celare qualcosa di prezioso, non condizionato da possessori esigenti, che perdono di autenticità approfondendo, volendo ampliare la curiosità per il proprio genere, pessimista e di conseguenza delirante, a danno di una coscienza dunque tagliente, confinante.

I miserevoli necessitano ogni volta di aspettare a lungo per darsi un senso; resta il fatto però che dubbie tragedie incombono, che persistono nosocomi accoglienti per una psiche da rilassare dimenticando di stare a morire, cavalcando idee per giustificare uno e più malesseri, come se invitare le persone a osare facendo i conti con l’attualità comporti nulla di funzionale, come se tutti i sacrifici del caso vadano a ramengo.

L’assimilazione del respiro ogni volta sembra che induca alla veloce scomparsa di un Marcantoni negli occhi dell’estraneo, generalizzanti… occorre quindi stare a galla, a seguito sempre di un’alimentazione da contenere nell’intimo.

Il sentimento che il poeta è in grado di rilevare eccede, giustappunto per rimanerne angosciato, nel profondo. La morte va a rilento, quando smetterà di riproporsi, solo allora ci attraverserà. 

Chi scrive queste poesie prega di natura affinché si possa migliorare con gli occhi bene aperti, evitando la svista, ovvero che la malafede di chi è morto dentro, lesto quindi a fregiarsi addirittura dell’oltre, lo seduca… una missione quasi impossibile ma speciale, se la straordinarietà propinata teoricamente, follemente, si adombra per mezzo di una passione ingestibile, quella per le conoscenze guarda caso.

“Le verità sono davanti ai nostri occhi,

hanno il nostro stesso sfregio”.

Tecnicamente, dalla lettura si rileva una severità pragmatica ma pur sempre passionale, una competenza nel giostrare la parola con familiarità e imprendibilità.

Sembra che l’ambientazione protegga lo stesso poeta intento a inscenare le emozioni, e comunque si respirano atmosfere d’attendibilità sociologica.

Si denota dell’amorevole amarezza intimistica per mezzo di un lirismo crudele e nostalgico.

Marcantoni è bravo a radiografare il tempo che batte facendo tic tac per confini da esplorare con l’attraversamento esistenziale; si conferma emblematico il coacervo di rifiuti sulla presenza umana.

La misura dei versi (che deviano spesso e volentieri verso il visionario) è calibrata, ne traspare più l’intensità che il coinvolgimento.

L’assoluto isolamento lo si accerta con la natura da ripianare ancora, individualmente. Quando si parla non possiamo fare altro che renderci ingenui, la quotidianità aspetta di essere tradotta, la sua armoniosità, nelle articolazioni che il tramonto scalfisce.

La verità spiritualizza il tacere liberandolo, ledendolo, cosicché la vita cessa.

Stile avvolgente, parole ben strutturate per una partecipazione emotiva sfuggente se selettivi e cinici nei giudizi, nella rappresentazione cruenta di pervasive idiosincrasie.

Quando si addensa l’etica, ecco che la poesia assume tratti veristi, fa arrabbiare lo stomaco… la pulizia morale diventa consacrante per il rapporto poeta/lettore.

Gianni resta capace di cogliere le sfumature più delicate dalla variegatura delle difficoltà agendo come un soffuso di malinconia e speranza… dispone di un pensiero saldo anche se ingabbiato dalla durevolezza disincantata, quindi l’immaginario del lettore si può impregnare di echi, d’impronte trascorse e mai passate dato il presente che affonda le radici in un universo antico e riporta scie di morte e di passione.

(2020, puntoacapo; Pagg. 60 circa; Prezzo: 12euro)

  • Gianni Marcantoni, classe 1975, nasce nelle Marche a S. Benedetto del Tronto, e vive a Cupra Marittima.

È laureato in Giurisprudenza e ha un impiego.

Scrive versi dal 1991 ma inizia a pubblicare dal 2008 su alcuni siti internet dedicati alla poesia.

Delle sue liriche vengono selezionate all’interno di alcune antologie poetiche edite da Aletti, in quella dei “Poeti contemporanei – 73” (Pagine) e su “Pagine di Arte e Poesia” (Accademia dei Bronzi).

Nel 2017 viene inserito nella “Enciclopedia dei Poeti Contemporanei Italiani “ (Aletti).

Riceve il Primo premio al Concorso letterario Int.le “Versi d’agosto”, a Vallefiorita (CZ), sia nel 2014 con la poesia singola “È la notte la sua cupola” che nel 2017 con la silloge edita “Orario di visita”.

Tra il 2015 e il 2019 ottiene premi e menzioni nella sezione volume edito, in vari concorsi letterari nazionali e internazionali (“Giovane Holden”, “Corona”, “Sellion”, “S. Maria in Castello-Vecchiano”, “Leandro Polverini”, “Gaetano Cingari”, “Giovanni Pascoli – l’ora di Barga”, “La Pania”, “Gadda”, “Visconti”, “Il Sabato del Villaggio”, “Michelangelo Buonarroti”).

Due poesie sono state pubblicate nel blog “Poesia” di Luigia Sorrentino (Rainews).

Altre pubblicazioni appaiono su “Poesia ultra contemporanea”, “Apparenze”, “L’Altrove – appunti di poesia”, “Il Visionario”, “Inverso – Giornale di poesia”, “Poetry Factory”, “L’ Attualità” , nonché in vari cataloghi d’arte.

Le sue raccolte sono: “Al tempo della poesia” (2011, Aletti), “La parete viva” (2011, Aletti), “In dirittura” (2013, Vertigo), “Poesie di un giorno nullo” (2015, Vertigo), “Orario di visita” (2016, Schena), “Ammessi al paesaggio” (2019, Calibano), “Complicazioni di altra natura” (2020, puntoacapo).

Vincenzo Calò

Vincenzo Calò

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