“Bobby Solo – Little Tony. Due cuori matti” di Teresa Giulietti

“Bobby Solo – Little Tony. Due cuori matti” di Teresa Giulietti

Ilaria Solazzo, giornalista pubblicista e blogger, ha intervistato, oggi, per noi l’autrice del libro.

D. Come sei arrivata alla scrittura? Hai mai avuto paura di non essere all’altezza?

R. Ricordo di aver sempre scritto, fin da quando ero bambina, da ancor prima di aver imparato a leggere e scrivere. Nonna Sandra, maestra, innamorata dei libri, mi ha instradato alla scrittura facendomi compilare pagine di lettere, poi di parole per dar vita a frasi e concetti e questo già dall’età di quattro anni e mezzo. Dall’altra parte, una nonna di campagna, nonna Teresa, la nonna materna, mi ha sempre raccontato storie bellissime, un misto di leggende e vicende realmente accadute nelle sue montagne. Queste due figure sono state fari illuminanti per la mia scelta di scrivere, insieme a una naturale attitudine; nella mia famiglia – soprattutto da parte paterna – si sono succedute scrittrici e scrittori.

Da bambina alla domanda “cosa vuoi fare da grande?”, senza titubanze rispondevo “la scrittrice”. Ci sono delle foto di me bambina sempre con un foglio e una penna in mano, anche se non sapevo ancora scrivere sentivo fortemente l’esigenza di riportare su carta quello che vedevo e quello che sentivo, ciò che restava sulla carta erano semplici ghirigori ai quali io attribuivo un valore speciale.

Paura di non essere all’altezza? Non mi sono mai posta il problema, la scrittura per me è sempre stata un’esigenza prima ancora che una passione. Era come respirare, come mangiare, un modo di vivere e lo è tutt’oggi.

D. Perché e per chi scrivi? Come ti senti quando scrivi?

R. Scrivo per me; come dicevo, è assolutamente un’esigenza. Non riuscirei a fare senza. Certo, nel momento in cui mi accingo a scrivere un romanzo, una biografia, penso a chi mi leggerà, e mi predispongo responsabilmente a questo lavoro. Si tratta di una forma di responsabilità e di rispetto verso il lettore che merita attenzione e cura.

Ecco perché presto particolare scrupolo anche alla forma, alla sintassi, all’uso della parola, alla loro musicalità. Rileggo sempre a voce alta, il giudice severo che dimora in me (e che negli anni si è notevolmente irrigidito) non si lascia scappare nulla, o quasi. Scrivo per stringere comunioni, alleanze, per condividere stati d’animo, anche per accorciare le distanze e preservarci, preservarmi, da quella che credo sia la più grande paura di tutti noi, ovvero la morte, la fine di tutto.

Io non ho figli e i miei libri in qualche modo lo sono, sono il mio proseguimento. Quello che lascerò di me agli altri. Tutto sommato, il mio ego inizia e finisce lì. Scrivere per gli altri e degli altri mi ha aiutata molto a ridimensionarlo, mi piace sentirmi un tramite tra la loro vita, quello che vorrebbero raccontare di sè è quello che io scelgo di mettere su carta. Ogni libro è un figlio nato dall’amore, a cui poi concedo la libertà di andare dove vuole. Nella maniera che preferisce.

D. Quando Montale, ormai quarant’anni fa, tenne il proprio discorso di ringraziamento alla cerimonia del Nobel si interrogò sul senso della poesia nella nuova era della comunicazione di massa. Ad oggi la situazione probabilmente è ancora più critica, soprattutto se consideriamo il numero di lettori in Italia. Mi chiedevo, quindi: qual è il senso della letteratura secondo te?

R. Credo che il senso della poesia sia quello di curare lo spirito e, dunque, anche il corpo. Da studiosa di psicosomatica sono fermamente convinta – e ci sono grandi pensatori, molto più grandi di me, che me l’hanno insegnato-, che spirito e corpo siano sostanzialmente la stessa cosa, costituiti di materia differente, ma imprescindibili e assolutamente collegati. Se dialogano si realizza armonia, se entrano in conflitto, caos e disarmonia. La poesia è proprio una medicina che cura lo spirito dalle ferite che l’uomo stesso infligge a se stesso. Incredibile, sono gli uomini a curare gli altri uomini attraverso la parola libera, la parola sonora, affrancata da regole codificate.

Quello della letteratura è un compito simile, forse meno terapeutico, più concreto, che ha a che vedere più con la storia degli uomini. La letteratura preserva dall’oblio le storie dell’uomo e assicura loro immortalità. I libri restano, sono più longevi, più forti di noi esseri umani.

D. È sempre molto affascinante venire a sapere come gli scrittori costruiscano le storie. C’è chi dice di inseguire i personaggi tra le strade della città, chi racconta di partire da uno sguardo scambiato furtivamente per strada. Tu, invece? Da dove hai tratto l’ispirazione per questo tuo libro e come lo hai costruito?

R. Generalmente parto da storie che mi vengono raccontate o che vivo personalmente. Talvolta le due cose si fondono. Ovvero, alle storie degli altri accosto la mia storia personale, il mio sentire, fino a fonderli in un unicum. Una cosa che ti posso dire è che difficilmente so dove andrò a parare. Non faccio scalette, non organizzo quasi mai nulla, procedo partendo da una frase, un’immagine, un aneddoto che mi è stato raccontato, come nel caso di questo ultimo libro “Due cuori matti”, poi sono le parole a costruire la storia. Le parole costruiscono le immagini e anche i personaggi che arrivano a vivere di vita propria.

D. Gli autori che ti hanno ispirata?

R. Fin da bimba, grazie alle letture della nonna maestra, ho apprezzato Collodi, Pinocchio in particolare. E poi Calvino per quella capacità di fondere realtà e immaginazione. Dall’adolescenza in poi, i poeti francesi per la ricerca emotiva e sonora della parola: Verlaine, Baudelaire, Rimbaud e gli scrittori francesi, in primis Maupassant e Balzac Ai tempi dell’università ho avuto una folgorazione per Milan Kundera. Oggi adoro soprattutto David Grossman, un maestro dell’intuitività, riesce a fondere profondità e leggerezza come credo pochi scrittori contemporanei. E Muriel Barbery, l’autrice de L’Eleganza del riccio.

D. Una delle frasi più incisive del libro L’esercizio (La nave di Teseo), che ho leto recentemente, recita: “chi scrive vuole sentirsi Dio”. Sicuramente questa affermazione ha molto a che fare con ciò che la storia racconta, ma mi chiedevo, tu che sei proprio una scrittrice, come ti relazioni a questo?

R. Io non mi ci sono mai sentita e non mi voglio sentire. Dio è una parola che mi incute timore. Capisco il concetto ma mi basta ogni tanto avere la certezza di essere Teresa, semplicemente Teresa che scrive. So di essere anche altro, di avere tante sfaccettature, però ecco questo aspetto lo lasciamo per una prossima intervista.

D. C’è qualche autore che ti ha – direttamente o indirettamente – ispirato nella scrittura di questo libro?

R. Per ciò che riguarda il libro “Due cuori matti” la storia è quella di un’inossidabile amicizia tra due mostri sacri della canzone italiana: Little Tony e Bobby Solo. Sono stata ispirata dall’ascolto. Per chi fa il mio lavoro l’elemento fondamentale e insostituibile è la capacità di saper ascoltare. Preferisco farlo con la persona davanti, occhi negli occhi, non sempre è possibile, per cui ci si avvale del telefono. Bobby è un grandissimo narratore, uno scrigno ricco di aneddoti e ricordi, ha una buonissima memoria. Nel corso delle nostre telefonate mi ha raccontato il dietro le quinte della sua vita, dei suoi amori, della sua amicizia con Little Tony.

Contemporaneamente mi sono andata a rileggere le loro vecchie interviste, a rivedere i video dei concerti, delle trasmissioni televisive, come quello della loro partecipazione al Festival di Sanremo nel 2003 al quale si presentarono con la canzone “Non si cresce mai”. Da una parte guardavo come una normalissima spettatrice, dall’altra parte, avevo il beneficio di un racconto che lui mi aveva appena fatto.

D. Teresa, la passione per l’arte e la scrittura si integrano nel tuo approccio olistico alla comprensione della Psiche… qual è l’intento sotteso alla scelta del titolo e del sottotitolo?

R. Questi elementi sono imprescindibili l’uno dall’altro, sono per me delle medicine che migliorano la qualità della vita. Le considero strade da percorrere, viaggi e rivelazioni. Attraverso lo studio dell’arte, l’osservazione della natura, l’ascolto della musica e l’importanza che conferisco alla parola credo di avere impreziosito la mia esistenza, forse anche quella di chi mi sta accanto. Diciamo che sono personaggi anche loro, capaci di rendere meno scontata la vita, più preziosa e stimolante.

Il titolo “Due cuori matti” è un esplicito riferimento alla canzone più famosa di Little Tony, ma mi piaceva l’idea che queste due persone – che per tanto tempo dalla stampa sono state raccontate come antagoniste – in verità fossero grandi amici: due cuori palpitanti. Il cuore, così come insegna l’Antica Medicina Cinese è l’Imperatore assoluto, il centro di tutto, un microcosmo che custodisce insieme all’antica saggezza, la follia, intesa come spinta creativa. Ciò che sa renderci individui liberi.

D. Questo libro, come una sinfonia, è il risultato dell’accordare diverse note, come avete raggiunto tale accordo?

R. Ribadisco il concetto: tutto parte dall’ascolto, poi dalla ricerca di parole, assonanze, immagini che possano trasferire il racconto di una vita in narrazione scritta. È chiaro che c’è anche un po’ di fiction, mi piace di più il termine “trasformazione”, ovvero: il fatto raccontato, poco a poco, si trasforma attraverso scelte stilistiche ed emozioni di chi scrive. Lavorare con Roberto è stato facile e divertente, lui si è fidato di me, mi ha lasciato grande libertà espressiva e lui è stato generosissimo nel raccontarsi.

D. Secondo te qual è il segreto per conquistare un lettore?

R. Non lo so se ci sia un vero e proprio segreto per conquistare il lettore. Attraverso la mia esperienza ho capito che è importante parlare di faccende che potremmo definire universali, ossia che riguardano un po’ tutti, scavando però sulla superficie, non avendo timore di fare uscire fantasmi, ataviche paure, resistenze collettive e soprattutto non dando nulla per scontato. Io sono sempre guidata dalla curiosità di scoprire cosa si nasconde sotto certi atteggiamenti, e dentro le parole che si dicono o non si dicono, spostando l’attenzione dall’universale al singolo individuo. Sfatando miti e pregiudizi, questo modo di scrivere che scava, scava nelle emozioni, nel non detto, ci fa sentire tutti molto simili, specie nel dolore.

D. C’è un ricordo del tuo percorso che ti sta più a cuore degli altri, vi è un aneddoto che vorresti condividere con noi?

R. Come ghostwriter ho scritto tantissime storie e mi sono relazionata con persone note e meno note, con vite ordinarie e straordinarie, per quanto ritenga che ogni vita abbia il diritto di essere raccontata. Anni fa ho ricevuto una telefonata da un committente che mi ha raggiunto tramite il mio sito web: lasignorinawrite. Una tale Francesca che avrebbe voluto incontrarmi di persona per parlarmi del suo progetto “particolare”. Ci siamo incontrate a Bologna, (io non sapevo nulla di lei), a un certo punto vedo una suora che si avvicina al tavolino del bar in cui ci eravamo date appuntamento, si presenta “Buongiorno, io sono suor Francesca”.

Mi rivela il desiderio di voler realizzare un taccuino erotico – non indirizzato alla stampa, una sorta di regalo speciale per i suoi cinquant’anni – che vede come protagonisti lei e un amore platonico, quello per un medico conosciuto in Africa nel corso di una missione umanitaria. Mi mostra anche delle foto del bel dottore, poi mi rende partecipe dei suoi sogni erotici. Credo di non essermi mai divertita tanto come quel pomeriggio con suor Francesca, una donna ironica, coraggiosa e intraprendente.

D. Progetti futuri?

R. Ho appena terminato il libro di Alex Baudo, un musicista australiano di origini italiane, conosciuto in Italia per essere il figlio del noto presentatore. Una biografia molto intensa con la quale Alex vuole farsi conoscere per la sua reale storia. L’amore per la musica, i sacrifici per inseguirla, i viaggi per il mondo, il legame indissolubile con la famiglia di origine, la depressione e la sua rinascita. Sto lavorando sulla biografia di Nello Salza, il trombettista del cinema italiano che ha lavorato per 25 anni con Ennio Morricone. Tra qualche mese uscirà un mio romanzo in cui, forse per la prima volta, ho raccontato di me, a tutto tondo. E un po’ mi spaventa. Preferisco parlare di me attraverso la vita degli altri. Mi sento più protetta.

Descrizione del libro

Per decenni hanno scritto che erano rivali, antagonisti nella musica poiché entrambi estimatori di Elvis Presley. Simili nello stile musicale e nel look, con quel ciuffo che avrebbe fatto storia. Invece, Roberto Satti, in arte Bobby solo e Antonio Ciacci, alias Little Tony – sono stati davvero amici. Un’intesa nata dalla comune passione per il re del rock and roll e per la musica d’Oltreoceano, che negli anni si è trasformata in amicizia sincera, inossidabile, a tratti anche scanzonata; loro che non avrebbero mai voluto crescere per gustare ogni attimo della vita come solo i bambini e i poeti sanno fare. Festival di Sanremo 1964, l’edizione vinta da una giovanissima Gigliola Cinquetti che in punta di voce canta “Non ho l’età”, è lì che Bobby e Tony si incontrano per la prima volta durante le prove.

Dove poter acquistare il libro on-line

https://www.mondadoristore.it/Bobby-Solo-Little-Tony-Due-Bobby-Solo-Teresa-Giulietti/eai978885535526/

https://www.lafeltrinelli.it/bobby-solo-little-tony-due-libro-bobby-solo-teresa-giulietti/e/9788855355261

Stefano Di Santo

Avvocato del Foro di Roma. Membro Commissione Diritto Bancario Ordine Avvocati Roma Collaboratore testata giornalistica Roma Capitale Magazine

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