Leggendo “Come nel ventre di una madre”, di Lucrezia Maggi

Leggendo “Come nel ventre di una madre”, di Lucrezia Maggi

Un suono dirompente, per niente soporifero, somigliante a quello ch’emette una locomotiva, coglie d’istinto la protagonista di questo romanzo, in direzione di un mondo intuitivamente diverso, con profonde tenebre ad accoglierla, a circondarla.

Erano anni invece che Dago si sforzava a svoltare con il suo lavoro, volendo solo darsi alla fuga, sapendo in fondo di non appartenere a un team di giornalisti, tra cui Fulvio, che non conoscevano il significato di un termine, qual è Integrazione.

A differenza di Tommaso, a cui, una volta che lo convocarono per attivarsi nel nosocomio a lui caro professionalmente, gli garantirono un posto fisso di personale gradimento in un delicatissimo ramo della sanità, che colse al volo desiderando appunto curare i malati di cancro.

Dalla narrazione s’evince che la fine della vita non è una disdetta… alcune esperienze possono venire rimarcate non prestando attenzione alla durata né alla dimensione, come a occupare un posto a sprezzo del disorientamento, e badare a porsi in Essere, a esistere.

Nora pativa sempre uno sfregio alla dignità, sua come a quella degli altri, intenta dunque a solidarizzare le veniva normale appuntare riflessioni, raccogliere fiori di nervo scoperto, col rischio di deprimersi per principio.

Dago semmai dipende da una presenza reale, femminea, più forte di qualsiasi desiderio o gioco della mente… del resto godeva sprofondando nell’ultraterreno, così impeccabile, incantevole, giacché ignaro dell’infinito, con un senso dell’abbandono ancora impossibile da descrivere.

Mentre Nora a Tommaso le stava a cuore davvero, benché lei avesse la precedenza nella sua di vita, per la prima volta a Dago gli prendeva di sedare l’istinto come se non valesse più scappare, dovendo allora fermarsi e udire il niente, fino a inabissarcisi e assistere a un determinato evento.

La bellezza del patimento si rivela sprofondando, e Nora sfrecciava, magari con tutta una serie di respiri incondizionati, da sempre, piuttosto di mantenersi come un impegno per sé se non come una noia per gli altri.

D’incanto, si blocca l’ingranaggio dell’orologio, roba di un attimo puramente parziale, per incassare tutt’a un tratto un nuovo contributo dalla memoria, preziosissimo, a proposito del suo fare materno, così precoce quando una creatura che incorpori la senti che chiede di uscire, aggressiva, disperata.

Fabio non è in grado di muoversi lì, le regole dell’ospedale nello specifico (Tommaso a parte) lo mettono a disagio, desiderando nient’altro che lanciare uno e più sguardi a Nora, sperando di coglierne l’attimo e basta.

Il lettore constaterà come qualsiasi contatto umano, inclusi quelli che si rilevano chattando, arrecano una specie di novità, che alimenta un bagaglio emozionale da aprire giocoforza, come a dover attenersi a delle ricorrenze fissabili sul calendario, bene o male.

Che poi, poteva chiamarsi diversamente D a g o: il figlio di Nora se lo immagina propenso alla disinfettazione dei sanitari… intanto la temperatura corporea della donna sembra che non voglia calare, perdurando critica dentro di sé, sotto controllo di volta in volta.

Un accenno d’ottimismo consiste nell’immaginare una singola concezione spirituale aderente ai delicati particolari della naturale interezza terrena, visto il fato, sfruttato per giocoso assillo, trattato come una bestiola della strada, come a volersi riscattare dopo una fallimentare battuta di caccia.

A Nora un proprio segno d’invecchiamento  la incantava in esclusiva, fermandole il tempo, oltre agli svariati accessori scompigliati alla mercé, in un mercatino qualunque, che, quando ne aveva modo, si divertiva molto a renderlo alla sua portata.

Al contempo, in amicizia, Dago esigeva osservanza e riserbo, ed effettivamente Silvano se ne stava al suo posto dimostrando affetto al momento opportuno, quando c’era d’accogliere il primo, riabbracciandolo nel bel mezzo di una realtà metropolitana.

Talvolta qualsiasi distacco dalla radice funge da trappola, dietro Eleonora guadagna chilometri una memoria in preda alla rabbia, giacché ignota per chiunque, specialmente Tommaso, cerchi d’interpretarne lo sviluppo, l’astrazione inerente ai rebus e l’identità di tutti i fiori con cui omaggiarci.

Ma Dago, il giornalista, non smetteva affatto di sorprendere la donna, con ipotesi originali, adattabili al vissuto, sprigionandole un profumo rievocante il mare d’istinto più o meno, a un’andatura elegante, convincente, in mezzo alla massa avente un look più aggraziato.

La Maggi auspica della crudele immacolatezza, propulsiva per un pudore di voce passiva ma trascinante, per distensioni armoniche, proporzionali alle condanne che ci stanno a cuore, che ci riserviamo.

Per l’autrice un vissuto non detiene alternative, è come un ruolo da ricoprire necessariamente spingendo all’ottimismo povere attitudini, quelle inerenti all’immoralità quotidiana causa la mancanza di curiosità spesso e volentieri, vedi l’agone tarantino.

Dago faticava a riacquisire serenità per equilibrare emozioni sul punto di sradicarsi dal proprio essere, pretendendo di rinfrescarsi il volto e sedare così del terrore a prova di psiche, ma non poteva non riflettere su come quella donna, anche se solo in teoria, fosse in grado di elevarlo umanamente.

Leggi e comprendi che troppa ansia non ci permette di afferrare una sorte inconcepibile… gli esseri mediocri ritengono che lo scopo di una vita dipende da un carattere che si porta in avanti, e in realtà molte volte comporta l’irradiarsi di una percezione cara a un soggetto che non sta bene con la testa.

Quando si entra in un sonno profondissimo succede un nonsoché rievocante il tacito tepore presente dentro una donna incinta, magari come Eleonora, che appassiona legando lungi dalla perfezione tre individui: il figlio, il padre non riconosciuto e l’amante. (Ed. Scatole Parlanti, 2019; pagg. 102; prezzo: 13euro).

Vincenzo Calò

Vincenzo Calò

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