Leggendo “Per la società dei sani”, di Michela Gallo

Leggendo “Per la società dei sani”, di Michela Gallo

Con questo libercolo la Gallo omaggia chiunque abbia fede nel mutamento esistenziale, e sia quindi in grado di affrontare un nuovo inizio, esattamente come lei, che dispone di una natura offuscata, ritenendo che una composizione letteraria per esempio non dipenda da uno sfogo improvvisato.

Occorreva affezionarsi a una bestia inanimante per intero se il nervosismo faceva proseliti, ma urgeva ancor più uno sforzo coscienzioso per identificarla e avere così ben chiaro il quadro della situazione nel complesso… la ricerca interiore, di un contributo.

Il consolidarsi di segni particolari, ruggenti, ammattisce sì, però trattasi di asperità che completano, liquidabili odorando la vita, in allegria… e una volta realizzato ciò hai di che gustare piacevolmente dei sacrifici ch’erano divenuti intrattenibili.

Dapprima Michela agiva in maniera scriteriata stando al sentore paterno, come a sfidare involontariamente un genitore che progettava il meglio per una figlia fregandosene del pensiero di quest’ultima, ignaro di come ogni cosa permanga soggettiva.

Coloro che infatti provvedono a togliersi la vita andrebbero considerati alla luce di una decisione adottata pur non essendo condivisibile, ammesso ciò la felicità non la si coglie quando si è letteralmente fuori di testa.

Il cambiamento insito a Michela cominciò nel 2015, con la curiosità rivolta a un essere umano, il solo che scommise appieno sulla sua anima, roba da mettersi insieme e percorrere passo dopo passo la via del buonsenso.

I segni particolari se uniti comportano uno slancio immateriale, perdurante purché lo si riproduca insistentemente per rappresentare una lucida prerogativa, senza degenerare e risultare carismatici ma inopportuni.

La solidarietà in versione associazionistica per esempio mira a un’agiatezza di tipo prettamente spirituale, distante dall’utile meramente economico, i professionisti ch’esercitano in tal senso menandola sul concetto di schiavitù è come se demonizzassero i principi fondativi.

A eccezione di una certa Daniela, il massimo riferimento per la Gallo nell’umanitario marasma, una persona da ringraziare per sempre, a dimostrazione che i legami affettivi debbano splendere per una rilevanza ben lungi dall’apparire.

In mancanza di questo e di altro, anche la Gallo purtroppo cerca di compensare relazionandosi con soggetti dimenticabili, col senso di responsabilità a ingigantirsi mostruosamente, conscia di stare a strumentalizzare dei suoi simili (che lo sono in fondo) per non rimanere isolata, vacante.

Lei adesso non riesce a procedere lungo un percorso esistenziale, come se in attesa di maturare il giusto socialmente, ciononostante il cuore le batte, spesosi in teoria, non ancora pronto ad aprirsi in pratica… del resto chiunque lo descrive inducendo a riflettere mai in chiave univoca.

Alla fine Denise, la nipote dell’autrice, afferma che la questione più delicata al calar dell’anima si riferisce a un ego da gonfiare sì, ma dignitosamente, quando invece ci siamo rassegnati a non contemplarlo positivamente, e cioè inorgogliendoci senza esasperare alcun tono.

Vibra allora un’angoscia tra il corpo e la mente, d’acquietare con un sostegno anche di sole parole, da parte dell’ingenuo di turno, che però intercetterebbe una crisi individuale se ci si concentrasse sugli affetti che verranno.

Tecnicamente, si scorge eccome durante la lettura (di un formato godibile in base all’interpretazione moderna di certe appartenenze) della buona volontà, dell’ambizione.

Il pensiero dominante fluisce tra lo scrivere (semplicemente, per andare dritti al punto) e lo spiegare (con un’ingenuità narrativa ma sferzante).

L’autrice è come se si presentasse con degli appunti da sviluppare saggiamente, per passare dall’amarezza intimistica alla geografia degl’interni.

Il resto riguarda figure e atmosfere di un’attendibilità pur sempre sociologica, ovvero credibile se fuori da ogni moralismo e/o delicata se inculcata alla ferocia dei tempi.

Il piacere della lettura qui è come se aspettasse d’essere agevolato, arricchito, esplorando confini di temi attualissimi.

Colpiscono le monotonie, giuste per estraniarsi, sottoporsi a un esercizio igienico, di resettamento mentale, nonostante il mood delle esperienze interferisca, perché vi sono storie e destini che chiedono d’essere ascoltati.

La Gallo riesce a incuriosire senza scrivere tanto, è un’autrice dalla parola avente il respiro corto; lapidaria e perciò efficace, diretta, ch’evita inutili, verbosi percorsi dilatanti sensazioni fino all’annullamento.

Ne consegue la rilevanza del tono: così intimo, malinconico, dolente; ma anche fiero e incazzato, per sottolineare dei legami incerti ma da ricaricare lo stesso.

Ne consegue che i pensieri rappresentino piccoli, grandi dispositivi di racconto.

Testo di vibrante compattezza, per una partecipazione emotiva sfuggente se selettivi e cinici nei giudizi… forse bisogna starci dentro la data tematica per comprendere al meglio, sta di fatto che il lettore viene chiamato in causa, come un amico, un microcosmo socchiuso, in cui anche il sentimento puro diventa devastante.

Sì, trattasi di un libro piccolo (in una frase batte l’essenza del libro), ma che cerca di accendere la luce sul senso dei caratteri e dunque dell’avvenire, in amicizia.

Michela è l’esempio che sulle proprie vicissitudini si possono porre le basi per della lucida macroanalisi.                                                                                                                           

Vincenzo Calò

Vincenzo Calò

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